Iceage: Vendetta
Essere o non essere i prossimi fenomeni del rock europeo?
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C’era del marcio in Danimarca. Stanno provando a ripulirlo.

Iceage
Vendetta

Morire Joy Division o tirare a campare sperando, una mattina, di svegliarsi, guardarsi allo specchio e vedersi riflessi negli Happy Mondays? Questo è il problema, ai giorni nostri, nella penisola dello Jutland.

Gli Iceage, in fondo all’angolino fin troppo illuminato del post-punk odierno, c’avevano fatto una pisciatina tutt’altro che trascurabile già tre anni fa. E già allora l’impressione era che si fossero resi subito conto di quanto là dietro la puzza fosse ormai così forte da rendere praticamente impossibile qualunque tentativo di marchiare il territorio. D’altronde si sa: il punk è un fuoco che brucia forte ma brucia subito, quindi se finisci per rimanere punk tutta la vita, vuol dire che in qualche modo lo stai facendo sbagliato. E allora via a inzuppare gli scolastici riff distorti degli esordi in un oscuro miscuglio in cui Nick Cave suona con i Primal Scream invece che con i Bad Seeds mentre sul lato B i Sonic Youth vanno a lezione di sabba dai Birthday Party. Ne era uscito uno strascico di rock-boogie che risolveva a modo suo – ovvero lasciandoli beatamente a macerare tra due fette di smørrebrød – i propri dubbi amletici. Totalmente rinnovato nel suo sapere di déjà vu, rivisitato dietro un’aura pesantemente dark, in cui il rock serio si fa con gli accordi pesanti ma anche con gli strumenti a fiato, come ci hanno insegnato i Motorpsycho ai bei tempi in cui il rock si faceva, appunto, seriamente – sempre ai limiti del circolo polare.

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Il nuovo singolo Vendetta (un titolo – per rimanere in tema e continuare a santificare gli antenati celebri – che più shakespeariano non si può) continua dritto su questa strada, allungando ancora più lo sguardo oltre il Mare del Nord, a vele spiegate in direzione Madchester. Sinuoso e suadente, asseconda blueseggianti quanto irresistibili movimenti di bacino – senza perdere un briciolo di quella cazzimma scazzata il giusto che ormai è un trademark del modo di porsi davanti a un microfono di Elias Bender Rønnenfelt – e va a fare gli occhi di triglia (o forse dovremmo dire di salmone?) più agli Stone Roses vecchio stampo che alla scuola IDLES tanto in voga al momento.

È vero che diventare i Kasabian di Copenaghen non deve essere poi questa grande impresa, ma era dalla morte di Rosencrantz e Guildenstern che le coste danesi non lasciavano salpare messaggeri così promettenti, anche in vista di ben più ampi palcoscenici.

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