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SOJA: So Much Trouble in the World
Non parlatemi di nodi che vengono al pettine…
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Reggae nuovo contro reggae classico: 1-1.

SOJA
So Much Trouble in the World

Da una ventina di anni abbondante i SOJASoldiers of Jah Army, s’intende, dallo Stato della Virginia con furore – danno la loro versione di quel colorato mondo chiamato reggae. Una versione in genere imbastardita, che ha fatto spesso uso di elementi più marcatamente pop rock, approdando addirittura in certi momenti a bellissime contaminazioni blues-orchestrali e allontanando così qualsiasi dubbio di monotonia. Anche la voce caratteristica, fina ed espressiva, di Jacob Hemphill, in questo senso, aiuta molto.

I soldati di Jah hanno rilasciato un EP fresco fresco di cover illustri, e quella che spicca di più all’orecchio li mette a confronto con il pilastro del reggae per eccellenza. Confrontandola con l’originale – energica e in linea con lo spirito del tempo – il trattamento SOJA non lascia So Much Trouble in the World indenne rispetto alla malinconia subdola che attraversa quasi tutta la discografia del gruppo. L’acustica, suonata con la pennata un po’ anomala tipica di Hemphill, domina il pezzo, e il suo cantato dolente lo attraversa come una freccia.

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Se Bob guardava ai suoi «men sailing on their ego trips» con una certa rabbia, l’appoggiarsi su un paesaggio scarno di pochi strumenti di questa cover ce la riconsegna rassegnata e sconfitta, anche se non priva di quella sofferenza attiva e partecipe che – almeno nella dimensione delle canzoni – può sempre trovare uno sfogo e un senso.

Cadere nella rete tesa da questo tributo è piacevole, andare oltre è un’occasione: si rischia di imparare ad amare un reggae personale, riflessivo e sempre più maturo – quello dei SOJA.

Fabio Mancini
Fabio Mancini

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