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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

Lunghi

A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Questa è la sezione longform di HVSR.

Extended Play

C'è spazio per un altro giornalismo musicale, che non si alimenti solo di comunicati stampa camuffati da news, di interviste copia-e-incolla e di altri argomenti di nessuna rilevanza? Ci proviamo.

Jon Carin: Under The Red Sky
Faso tuto mi
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L’orgoglio di essere un veterano, anche senza il Vietnam di mezzo.

Jon Carin
Under The Red Sky

Nel curriculum del polistrumentista Jon Carin c’è la storia della musica degli ultimi 40 anni. Partendo dai suoi Industry che piazzarono la mega hit State of the Nation nelle classifiche di mezzo mondo,  attirando prima le attenzioni di Brian Ferry (che lo volle in Boys and Girls e nel relativo tour) e poi quelle di David Gilmour per la rentrée dei Pink Floyd post-Waters. Learning to Fly, il singolo che rilanciò la band nel 1987, porta la sua firma e suggella l’inizio di una collaborazione schizofrenica prima solo con i Floyd e in seguito nelle varie tournée soliste di Gilmour e Waters. In mezzo, altre collaborazioni con Kate Bush, The Who, Richard Butler degli Psychedelic Furs e altri.

Ogni tanto comunque trova del tempo anche per sé e pubblica brani per conto suo. Stavolta tocca a Under the Red Sky, cover dell’inavvicinabile Bob Dylan, tratta dall’album omonimo (che alla sua uscita spaccò a metà pubblico e critica) del 1990.

Jon non ricalca l’originale, smussa gli angoli spigolosi e la trasforma in una ballata folk che scivola sulle tastiere di fondo, rileggendo l’interpretazione originariamente pungente in qualcosa di dolce e accomodante. La slide che fu di George Harrison si trasforma in un delicato solo che odora di Gilmour e Knopfler, regalando al brano quel mood rilassato e sereno tipico delle ultime uscite discografiche del chitarrista dei Floyd o dell’ex Dire Straits.

Una cover piacevole che può servire come spunto per rivisitare la splendida carriera fuori dai riflettori di colui che, probabilmente, quando ascolta Una vita da mediano di Ligabue si commuove sentendosi punto sul vivo, soprattutto dopo essere stato trattato in maniera poco elegante dall’uomo con l’uccello in testa.

Max Zarucchi
Max Zarucchi

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