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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Questa è la sezione longform di HVSR.

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C'è spazio per un altro giornalismo musicale, che non si alimenti solo di comunicati stampa camuffati da news, di interviste copia-e-incolla e di altri argomenti di nessuna rilevanza? Ci proviamo.

Immortal Guardian: Clocks
Angelo Batio spostati
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Metal da streaming (perché questi se non li vedi non puoi capire cosa stai ascoltando).

Immortal Guardian
Clocks

Il Texas ha una ricca tradizione di band metal tecnicamente esasperate. Gli Immortal Guardian tornano a farci chiedere cosa mangino da quelle parti insieme ai fagioli. Anche se finiscono in quel cestone indifferenziato della NWOTHM (New Wave of Traditional Heavy Metal) rappresentano il prototipo del tipo di band che può davvero sopravvivere facendosi notare nel vasto regno dell’Internet, dove le visualizzazioni sono diventate il solo orecchio con cui si misura la qualità, al punto che i musici stanno seriamente prendendo in considerazione l’idea di non disturbarsi a concludere un pezzo, ma suonarne solo i primi quattro secondi, tempo medio di sopravvivenza dell’attenzione degli utenti in rete.

Gli Immortal Guardian recuperano i classici dettami stilistici del metallo neobarocco, ma ci aggiungono quell’aspetto visivo da clip di YouTube, dove ti soffermi a guardare un ragazzino coreano di quattro anni che suona Dimebag Darrell, senza badare a nulla che non siano quelle prodigiose ditine.

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Qui il giocoliere di turno è Gabriel Guardiola, capace di suonare chitarra e tastiera eseguendo fraseggi notevoli con entrambi gli strumenti e due mani sole. Capisco che anche Geddy Lee dei Rush sia stato un fenomeno, ma ormai chi se lo ricorda più?

Facciamo allora uno sforzo di attenzione sovrumano rispetto agli standard attuali e gustiamoci Clocks, un massiccio e per nulla scontato inno mélo, tra Rhapsody e Fire, con cui la band – invece di mostrare muscoli fantasy – preferisce puntare sul dramma partenopeo, soprattutto nel finale, quando è facile ritrovarsi a mollo nei flutti di Posillipo, avvinghiati ai tentacoli progressivi del buon Guardiola.

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