Duran Duran: Five Years
Don’t think you knew you were in this song
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Cinque anni per piangere e l’eternità per omaggiare la stella nera più luminosa dell’universo.

Duran Duran
Five Years

I Duran Duran fanno una cover di David Bowie.

Basterebbe questa frase per scatenare la curiosità di fan e detrattori dei furono fichissimi inglesi, considerati da sempre – e a ragione – emblema dell’espressione massima del concetto new romantic (che andava ben oltre la moda) e troppo spesso criticati ingiustamente per presunte scarse capacità tecniche e compositive.

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Del papà di Ziggy ormai sappiamo tutto, magari in maniera approssimativa, ma solo un sordo potrebbe non inchinarsi di fronte all’eredità artistica che ha lasciato in 50 anni di carriera, vero e proprio pozzo delle meraviglie dal quale si sono abbeverate – e continuano a bere – intere generazioni di musicisti.

Simon Le Bon e soci non lo hanno mai nascosto: Bowie era la loro musa e non è certo la prima volta che il suo lavoro viene omaggiato dai Nostri (tra le tante vale la pena di ricordare la splendida rilettura di Fame come B-side di Careless Memories, secondo singolo della band del 1981). Quindi anche se può sembrare una mossa furba, in realtà non lo è: I Duran si ispirano e fanno saltuariamente cover di David sin dagli esordi.

Ma come suona “questa”? Divinamente.

Prendono lo splendido brano di apertura di The Rise and Fall of Ziggy Stardust, lo ricalcano paro paro ma usando i loro colori e il loro tratto personale e gli donano così un vestito nuovo. Ecco dunque tutta la sezione d’archi originale trasformarsi in strati di synth per mano di Nick Rhodes, la batteria calda e vibrante sostituita da una drum machine per più di metà brano che lascia spazio a un Roger Taylor particolarmente robotico nel climax centrale prima di riprendere in mano le redini, un John Taylor al basso decisamente più sensuale e colorato del pur fondamentale Trevor Bolder.

E chi manca all’appello? Proprio lui, «Simon non sposar-ti!» che in seguito ai recenti problemi di voce sembra averla ritrovata piena, potente ed emozionalmente vibrante come non mai. Impossibile non rimanere ammaliati dal modo in cui, coraggiosamente, trasforma e reinterpreta in maniera eccellente l’inarrivabile Ragazzo folle.

Ciliegina su questa torta made in Rio guarnita di Saetta, la produzione solo all’apparenza sopra le righe di Mike Garson (già collaboratore di Bowie, qui produttore e dietro ai tasti d’ebano e avorio) che veste di modernità rétro i quattro minuti e mezzo del pezzo.

Cinque anni. Come quelli passati dalla morte di colui che forse è stato il più grande artista del Novecento. What a surprise.

Max Zarucchi
Max Zarucchi

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