Chiamatela scultura fonica: è un lavoro certosino, ma ne vale la pena.
Campare di musica è complicato, a maggior ragione di questi tempi. Nella migliore delle ipotesi ci vuole tutta una serie di fortunate coincidenze che vanno dal talento alla santa pazienza, passando per mutande opportunamente calate al momento del bisogno e imprevedibili botte di culo. L’alternativa è fare da soli: se qualcosa va per il verso giusto sono soddisfazioni moltiplicate esponenzialmente, al peggio ti alzi la mattina con la serenità di poterti guardare allo specchio – mica poco. Dopotutto «chi fa da sé fa per tre» dicevano i nostri vecchi. Oggi lo chiamano approccio DIY, che suona più fico, ma il concetto è quello. Emanuela Ligarò del do it yourself ha fatto, se non ragione di vita, quantomeno di necessità virtù. Non le mancavano nessuna delle due. Né la necessità (suppongo) né la virtù (i risultati sono qui a dimostrarlo).
Vi siete mai chiesti che lavoro facessero i vostri idoli prima di diventare – appunto – i vostri idoli? Niente di che: qualcuno roba che col mestiere di musicista non c’entrava una mazza (Philip Glass era un tassista, Mick Jagger il portantino di un ospedale, Jarvis Cocker aveva un banco al mercato del pesce), qualcuno un impiego che più o meno poteva far presagire la sua futura carriera (Lemmy era il roadie di Jimi Hendrix, Ozzy Osbourne sventrava carcasse di animali nel retrobottega di una macelleria). Emanuela Ligarò entrambe le cose: lavora per una multinazionale dell’automotive (che non è propriamente l’anticamera del rock stardom), ma lo fa nel reparto Ricerca e Sviluppo (laureata in fisica, esegue simulazioni e misurazioni acustiche per migliorare gli impianti e migliorarvi la vita quando, mentre guidate, ascoltate mp3 ipercompressi da una chiavetta USB).
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Tutto torna, alla fine, insomma. Un’artigiana delle frequenze capace di creare soundscape vellutati e scuri, frutto di una scrittura intima e mai sopra le righe – ma spesso significativa, tesa e avvolgente, come in questa SAFE – impegnata innanzitutto a (ri)trovare se stessa mettendosi costantemente alla prova.
Nessuna etichetta discografica alle spalle, né agenzie di booking, né manager. A questo giro (a differenza del disco precedente in cui si era permessa di collaborare nientepopodimeno che con Paul Savage) ha pensato bene di curare anche l’intera produzione artistica dei pezzi. Perché se rinascita, presa di coscienza e dichiarazione di emancipazione deve essere, che lo sia in tutto e per tutto.