Humans vs Robots
 
Lo Tom: No Margin of Error
Appena riaprono tutto, siamo già qua fuori accampati
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Il rock da stadio giusto, al momento sbagliato.

Lo Tom
No Margin of Error

Quando – ormai più di dieci anni fa – David Bazan si imbarcò nel suo living room tour voleva dimostrare una cosa, al tempo, non scontata. Ovvero che una decrescita felice era possibile anche nel campo solitamente sguaiato della musica rock dal vivo. In altri termini, ben prima che una crisi sanitaria globale ci obbligasse a rimodulare verso il basso le nostre priorità, un tizio stempiato, in fissa con le felpe col cappuccio – molto più simile allo stereotipo di un idraulico o di un carpentiere, e soprattutto con lo stesso, sano approccio artigianale alla composizione – era stato capace di generare la stessa potenza ammiccante di decibel virtuali necessari per finire in rotazione su Virgin Radio con una semplice chitarra acustica, una manciata di canzoni scritte bene e qualche frase detta a bassa voce tra l’una e l’altra.

Poi è arrivata la pandemia e con lei tutto un proliferare di home shows che ci hanno portato – volenti o nolenti – a salire tutti sul carro che ancora vede scritto sulla fiancata "small is the new big". Buffo quindi – o forse no – che proprio adesso Bazan rimetta in piedi un progetto che, con il suo secondo capitolo, pare trovarsi del tutto a proprio agio guardando in una direzione completamente opposta, e cioè quella della grandeur esplosiva del classico big rock.

Non a caso – per non farsi mancare nulla e rimanere in tema di usanze ormai antiquate – i Lo Tom sono a tutti gli effetti un vero e proprio supergruppo. Con TW Walsh, Jason Martin e Trey Many infatti il quartetto finisce per contare un numero di band sovrapposte (Pedro the Lion, Headphones, Starflyer 59, The Soft Drugs, Bon Voyage) che necessiterebbe di un albero genealogico per essere accuratamente completato.

Chitarre ben incollate agli amplificatori e un approccio che sta perfettamente a metà tra grattate soniche che ricordano il Bob Mould del periodo Sugar e i picchi di smalto commerciale degli Heartbreakers di Tom Petty quando volevano essere il più MTV-friendly possibile. Giusto in tempo per l’inizio del campionato, melodie e riff da arena-rock, che se fossero uscite a nome Foo Fighters gli stadi avrebbero finito per riempirli sul serio. Nonostante gli ingressi contingentati.

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