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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c'è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Questa è la sezione longform di HVSR.

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C'è spazio per un altro giornalismo musicale, che non si alimenti solo di comunicati stampa camuffati da news, di interviste copia-e-incolla e di altri argomenti di nessuna rilevanza? Ci proviamo.

Chet Faker: Low
L’inverno sta arrivando, fate scorta di vitamina C
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Nuove crisi di identità risolte ribaltando vecchie crisi di identità.

Chet Faker
Low

Farsi notare, al giorno d’oggi, non è poi così difficile. Fosse ancora vivo Andy Warhol ricalibrerebbe la sua (si fa per dire) più famosa affermazione in qualcosa del genere: se sei seduto davanti al tuo computer da più di un quarto d’ora e ancora non sei diventato una internet sensation, probabilmente lo stai facendo sbagliato. L’impressione è che chiunque possa imbracciare uno strumento, maltrattarlo davanti a una webcam ed essere proclamato the next big thing. Il difficile arriva dopo: conservare l’hype, farlo durare, lasciare un segno nell’immaginario di chi ti ascolta che vada oltre il tempo che quello ci mette a scaricarti per un video di gattini che inciampano su un tappeto. 

Se c’è una cosa sicura, è che Nick Murphy un paio di robe al riguardo può insegnarle a chiunque, visto che è riuscito a far diventare virale una cover dei Blackstreet nella comunità indie-hipster. Da lì in poi solo grasso che cola: uno spot del Super Bowl, due Australian Independent Records e un Rolling Stone Australia award, collaborazioni con gente del calibro di Flume. Non male per uno che al tempo aveva in cascina giusto un EP.

Era uscito sotto il moniker Chet Faker e già nessuno nutriva alcun dubbio nell’affibbiargli l’etichetta di golden boy della musica proveniente dalla terra dei canguri: a metà tra James Blake e Tom Krell, maestro acclamato di un nuovo genere che occupava in toto l’ipotetica intersezione tra R&B e una certa elettronica fitta di pesanti riferimenti e influenze soul.

Troppo, forse, visto che a stretto giro di posta Murphy si è sentito in dovere di prendere le distanze da se stesso, mettere sotto naftalina il buon Chet e scrivere un paio di dischi su cui poter mettere il proprio nome di battesimo. Sembra ieri, e invece erano cinque anni fa. Torna oggi, Chet Faker, e la magia è intatta: una linea di basso carichissima a fare da spina dorsale e un gospel-pop che scioglie i cuori senza sgualcirli adagiato sopra. L’amore per la motown ereditato dalla madre e il ricordo del chillout balearico che suonava dal giradischi di papà. E poi la solita, inconfondibile voce.

Né una fine, né un nuovo inizio. Né nostalgia, né l’ennesimo weekend con il morto. Una progressione personale invidiabile, senza il minimo imbarazzo di dichiarare le proprie fonti di ispirazione.

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