Humans vs Robots
 
Noga Erez: You So Done
Un’israeliana in un bagno turco
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Il sottile muro del pianto tra seduzione e intimidazione.

Noga Erez
You So Done

Stato di sorveglianza costante, news manipolate ad arte, violenza pubblica e domestica, attacchi senza peli sulla lingua al governo in pectore – tutti argomenti buoni per i titolacci di un telegiornale. Meno per i pezzi di una stella nascente del pop. A meno che non tu sia una stella nascente del pop isrealiano, s’intende. In quel caso, probabilmente è andata che ti hanno scoperto durante un’audizione in stile X-Factor, fatta però per selezionare una serie di adorabili military musicians. Avete presente quelle giovani ragazze americane di bella presenza che volavano dagli Stati Uniti al Vietnam per intrattenere i soldati cantando loro allegre canzoncine? Ecco, qualcosa del genere, ma mezzo secolo dopo, nella striscia di Gaza.

Sarà quindi una specie di crisi di rigetto – o una forma di legge del contrappasso – ma non stupisce che la musica di Noga Erez sia così abrasiva, conflittuale, provocatoria, priva di qualunque volontà di fare prigionieri. È pop (virato quanto basta sull’hip) alla fine, ma di quello che ti rimane incastrato a metà trachea, se lo mandi giù senza fare troppa attenzione.

Originaria di Tel Aviv, si è guadagnata un contratto con la berlinese City Slang (alla faccia di qualunque rancore post-olocausto) e, dopo il sorprendente Off the Radar, arriva ora al secondo album, che – almeno a sentire You so Done – sembra voler spostare l’attacco politico dall’esterno verso l’interno, in una strage intima di buoni sentimenti barattati gratis per storie di rifiuto, relazioni tossiche e lividi dell’anima.

L’hanno chiamata “la Björk del Mediterraneo”. Ma – per mille ovvie ragioni – qui la temperatura è decisamente più alta che alle latitudini islandesi, in tutti i sensi. Un modo di cantare che ricorda M.I.A., in equilibrio sui beat nervosi di FKA Twigs e Banks – il tutto condito da una ricerca sulle parole che punta a sposarle bene da un punto di vista ritmico più che grammaticale, per un affresco finale che è già un classico dei giorni nostri.

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