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METZ: Hail Taxi
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La muraglia (di decibel) canadese.

METZ
Hail Taxi

Post-core, post-punk, post-rock. Tutto quello che ora tira è post. I METZ invece sono avanti dal momento in cui sono nati. Sin da quando hanno attaccato la spina una decina di anni fa, sono pian piano riusciti a erigere un sempre più unico e potente muro di suono che non teme rivali anche in quest’anno funesto.

Come sempre ispirati a band come Fugazi, Shellac e a tutto quel sottobosco di gruppi americani che stanno sotto l’etichetta del post-core, il gruppo canadese arriva ora al quarto disco in studio (Atlas Vending – fuori il 9 ottobre via Sub Pop) e riparte da dove si concludeva il precedente Strange Palace, prodotto dal guru Steve Albini e acclamato un po’ da tutti.

A giudicare dal secondo singolo estratto, pare che a questo giro il trio si sia maggiormente concentrato a trovare una melodia giusta in grado di rimanere in testa, oltre che a proporre l’ormai consueto e gradito assalto sonoro a cui ci hanno abituato sin dal loro esordio.

Hail Taxi, tra saliscendi ben dosati e acidi riff che spuntano verso la fine della traccia (parenti stretti con quelli di un’altra ben più nota band che incideva per Sub Pop una trentina d’anni fa) entra sottopelle ed è una bomba a orologeria pronta a esplodere sui palchi di tutto il mondo, una volta che si potranno nuovamente tenere concerti.

Se negli ultimi tempi avete imparato ad amare band come IDLES, Shame e The Murder Capital, è impossibile non farsi rapire dai suoni dei METZ, tre tizi in giro da molto più tempo di tutte queste formazioni britanniche che vanno per la maggiore e che hanno saccheggiato qua e là (diciamo omaggiato, visto che per esempio Adam Devonshire ha sfoggiato più volte la t-shirt dei METZ) proprio parecchie delle loro idee.

Luca Villa
Luca Villa

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