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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Black Pistol Fire: Hope in Hell
Io faccio il rock e tu fai il southern, ok?

Southern rock che brucia lentamente, come quei falò lasciati al mattino che viene.

Canadesi di natali, texani di casa. Austin, per l’esattezza: quell’oasi ancora (quasi) incontaminata, fatta di negozi di dischi, camicie a quadri e jeans da mandriano, fibbie d’alligatore e stivali da rocker. Che sia posa, folklore o etichetta da TripAdvisor poco importa. I Black Pistol Fire conoscono bene il southern-rock e il garage-punk. E sanno ciò che dicono.

Hope in Hell ha tutte le carte in regola per essere un singolone da aspettarsi da un duo che già si era fatto conoscere per le sue performance intense. E soprattutto – anche a onor di storia – quando il formato duo stava mietendo consensi unanimi (vedi White Stripes, Black Keys e compagnia).

Calda, sporca il giusto, diretta e radiofonica: i suoi quattro minuti classici ma moderni prendono ciò che meritano e mietono consenso immediato, configurando ancora una volta Owen e McKeown al centro delle pista per i migliori live acts di questo filone bluesy-oriented.

Alla fine di quest’anno uscirà probabilmente il loro sesto lavoro, seguito di Deadbeat Graffiti del 2017 e sarà co-prodotto da Jacob Sciba (Gary Clark Jr., Gov’t Mule) e mixato da Vance Powell (White Stripes, The Raconteurs). Non male, come biglietto da visita.

Black Pistol Fire 

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