Humans vs Robots
 
Arab Strap: The Turning of Our Bones
Finisco il capitolo e poi fingiamo una reunion, ok?
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Speravamo che resuscitassero in meno di tre giorni e invece abbiamo dovuto aspettare quindici anni.

Arab Strap
The Turning of Our Bones

«Finché non ci sarà un effettivo bisogno di noi, non credo proprio ci rivedrete insieme». Questo il modo più onesto che Aidan Moffat e Malcolm Middleton avevano trovato, nel 2006, per tirarsi amichevolmente fuori dai giochi. Nel frattempo c’è stata la Brexit, il COVID, Ed Sheeran in cima alle classifiche di vendita ancor prima che a quelle dei modelli di vita. Insomma, il pendìo lungo cui il Regno Unito e tutto il resto del mondo stavano scivolando in vacca si è fatto sempre più scosceso e mai come adesso il rischio di rompersi l’osso del collo è stato effettivo e la necessità di tornare ai sani riferimenti di un tempo impellente.

Un’esistenza caotica a base di drink economici e droghe tagliate male, gelosie ingiustificate e sesso casuale ben prima di Tinder, ma anche realismo sociale vivido, tristezza a palate costantemente fraintesa, autocommiserazione spicciola, humor nero e la spropositata quantità di innumerevoli parole volgari che servono per raccontare il tutto.

Gli Arab Strap sono stati la personificazione sonora – lercia e romanticissima allo stesso tempo – dell’edonismo ubriaco. La cosa più simile a Trainspotting che avesse la forma di una rock band. Qualcuno l’ha chiamato sadcore, equivocando tutto fin dall’inizio appunto (a partire dal nome, che in molti ancora credono ispirato a una canzone dei Belle and Sebastian invece che celebrativo di un sex toy), perché se c’è un aspetto che ha sempre caratterizzato la poetica dei due scozzesi è un lucido sguardo ironico sulle disgrazie proprie e altrui.

«We’re back from the grave and ready to rave» hanno annunciato la settimana scorsa, inaugurando il loro nuovo profilo Instagram. E non scherzavano: né riguardo agli zombie, né riguardo al ballare. The Turning of Our Bones è ispirata a una tradizione tipica del Madagascar secondo cui i parenti dovrebbero danzare insieme ai cadaveri dei propri cari, opportunamente rivista nell’ottica – per forza di cose sfocata – di un onanista compulsivo in pieno porn overload. In altri termini, resurrezione blasfema e scopate in solitaria ma per conto terzi: ovvero la sintesi perfetta e quasi tragicomica della storia della band e della sua ancora ineguagliata narrativa.


Guardatevi intorno con un minimo di onestà intellettuale e ditemi se non vi suona drammaticamente familiare.

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