David Gilmour: Yes, I Have Ghosts
Speriamo che piaccia anche al volatile
 
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Ballate per fantasmi dal passato floydiano.

David Gilmour
Yes, I Have Ghosts

Max Zarucchi
Max Zarucchi

Ci sono mille motivi per non amare il nuovo pezzo di David Gilmour, tutti basati su preconcetti già in essere ancora prima di ascoltare il brano. Qualche esempio sparso: 1) “Ma ti sembra che colui che ha contribuito con i Pink Floyd a plasmare alcuni dei suoni migliori dell’ultimo secolo debba essersi ridotto a fare delle imbarazzanti dirette Facebook modello Casa nella prateria?” 2) “Non si sente una macchietta quando strimpella sulla chitarrina nientepopodimeno che Dominoes di Syd Barrett mentre un volatile gli si posa in testa?” 3) “Ma non si vergogna a lasciare che la moglie lo guidi ormai in tutto e per tutto fino ad arrivare a fargli pubblicare un inedito per promuovere un suo nuovo libro (suo della moglie eh)?”

In realtà, ciò che fa nella vita privata sono fondamentalmente fatti suoi e in ogni caso – per avere un idea più chiara sul perché David abbia fatto determinate scelte che lo hanno portato a una apparentemente serena vita bucolica da Mulino Bianco – basta guardare lo splendido documentario Wider Horizons, facendo particolare attenzione al discorso sulla madre. Non serve essere Freud: il tono e le parole usate dal fu bellissimo torsonudato di Pompeii sono esplicative quanto basta. Quindi, resta la cosa più importante: la musica.

Anche qui in molti potrebbero lamentarsi (della serie: “ma che è sta lagna?”), dimenticando che la ballata romantica e sognante era una sua peculiarità già nei Pink Floyd: Fat Old Sun o Pillow of Winds non erano certo rockettoni scapoccianti. Certo, il vibe era diverso, ma erano anche i gli anni Settanta: quasi mezzo secolo fa. Gli stessi fan di lunga data erano diversi, e molti forse non erano nemmeno nati.

Oggi, un lustro buono dopo Rattle That Lock, abbiamo Yes, I Have Ghosts: dolce, idillica, impreziosita (anche a livello umano) dalla voce di una delle figlie di David al controcanto. Un pezzo intimista che si lascia ascoltare con piacere senza scossoni e che per chi ha amato negli anni Gilmour e la sua musica funge un po’ da madeleine di Proust, generando un piacere malinconico composto e pulito. Onestamente, visto l’evolversi della sua carriera, non ci si poteva aspettare di più, e va benissimo così.

Buona vecchiaia David, che la serenità finalmente acciuffata ti accompagni a lungo.

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