Steve Von Till: Shadows on the Run
Sono il Townes Van Zandt del post-metal
 
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La psichedelia rurale di un guru della decadenza.

Steve Von Till
Shadows on the Run

«The soul is what is left when the spirit dies».

Non amare Steve Von Till vuol dire non avere cuore. O comunque non aver compreso fino in fondo ciò che le trame dei suoi Neurosis hanno portato nel panorama della musica metal, facendola procedere oltre e inaugurando così quello che per molti è divenuto ormai post-metal.

Le diramazioni folk sono sempre state il territorio dove ritirarsi (insieme al compagno Scott Kelly) per riprendere fiato dalle sbraitate della main band. Ancora legate al patrono Townes Van Zandt, le tonalità si diramano nel plumbeo, nella fitta nebbia delle lande desolate, nel mondo interiore che si staglia quando si cerca di guardare più lontano.

La nenia di Shadows on the Run è quella prediletta del caro Von Till, ridondante e annichilente, dotata di una bellezza silente, come quelle carezze dei padri burberi, che proprio per questo sanno di vero e autentico. La psichedelia rurale di questi campi è tradotta dai rintocchi di un synth ossessivo, ipnotico, tanto magico quanto maledetto, ammaliante anche se tristemente orientato alle cose che finiscono. Agli spiriti. Ai deserti.

Il nuovo No Wilderness Deep Enough vedrà la luce insieme a un libro di liriche e poesie, Harvestman: 23 Untitled Poems and Collected Lyrics, a sottolineare finalmente anche l’aspetto testuale una proposta complessa come questa – sempre più Nick Cave, sempre più Coil, sempre più Brian Eno.

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