Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo: Per forza di cose
L’impareggiabile piacere di farsi le unghie su un divano in vera pelle
 
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Cinema d’atmosfera a suon di gattini e frutta di stagione.

Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo
Per forza di cose

Qualcuno dice che i gatti hanno sette vite. Qualcun altro – più lontano da teorie a base di metempsicosi platonica e che predilige un approccio, diciamo, dionisiaco – nove code. Se la matematica non è un’opinione o una vaga filosofia, la band torinese si piazza esattamente nel mezzo e punta tutte le fiches sull’otto.

Otto album già in cascina e questo Superotto che – manco a dirlo – rimette in moto la sua bobina a otto anni di distanza da una delle loro colonne sonore più apprezzate, La scoperta dell’alba. D’altra parte, l’arrivo imminente dell’estate rende innocuo il grande freddo mentre porta con sé un buon profumo di ciliegie per definizione e l’impressione è che Max Viale, Gianluca Della Torca e compagni non sappiano far altro che migliorare col passare delle stagioni. Come il vino buono. O quantomeno il maraschino.

Terzo capitolo di 35mm – la collana di 42 Records dedicata al mondo delle sonorizzazioni – finisce finalmente la sua lunga gestazione (risalente alle musiche composte nel 2014 per il documentario di Susanna Nicchiarelli, Per tutta la vita) come se le fasi lunari fossero un mero accidente e il loro susseguirsi una cosa da poco. Note di pellicola sgranata e piena di graffi, che ronza senza tempo, tra analogie con se stessi e analogici rimandi a una terra di nessuno, dove un Morricone indie potrebbe sedere al tavolo di un caffè sotto la Mole insieme alle chitarre fiabesche dell’indigeno Paolo Spaccamonti.

Non canta nè miagola, Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo. Al limite prova a parlare con piccole schegge di voci fuori campo, come vuole il cinema che ascolta la vita reale e si premura di raccontarla senza fronzoli. Fa le fusa con garbo attorno ai codici antichi e alla meravigliosa attenzione catatonica che un tempo erano cifra stilistica di un certo post-rock italiano, quello che guardava oltre le frontiere e prometteva di essere, lui stesso, una nuova frontiera. Eppure – verrebbe da dire Per forza di cose – le sue atmosfere risultano molto più tangibili dei fiumi di inutili parole che da ogni lato ci sommergono al giorno d’oggi.

Due bambini complici, dagli angoli più oscuri della stanza, sfidano il buio in una battaglia di mosse e segnali luminosi, al ritmo del suono dei loro stessi giocattoli. «Cosa può fare un gatto in un appartamento prima vuoto e ora pieno?». Aspettare e dormire.

L’avesse saputo il gatto di Schrödinger, magari ne sarebbe uscito vivo (o perlomeno consapevolemente morto) da quella maledetta scatola.

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