Humans vs Robots
 
Fontaines D.C.: I Don't Belong
Come dovrebbe essere Don Chisciotte nel Mulino che vorrei
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L'importanza del nulla che rimane dopo tutte le sottrazioni necessarie.

Fontaines D.C.
I Don't Belong

Lo sguardo sognante di Keates e il fervore riottoso degli Idles. L’analisi vigile di Joyce mischiata al disgusto infetto degli Shame. Il sarcasmo acido dei Fall che scivola su un romanticismo punk per organi caldi nonostante la bruma. E se di punk vogliamo parlare, questi al punk ci girano intorno saltandolo a piè pari: sanno di post-punk, senza mai smettere di reclamare e pretendere una certa innocenza pre-punk. A metà tra poesia da bancone del pub e irruenza da liceo artistico, i Fontaines D.C. ci avevano mostrato al debutto una qualità di scrittura che altre band impiegano anni a raffinare. O che mai riescono a raggiungere.

Poi si sa: il secondo album che è sempre il più difficile, l’ardua impresa del sapersi ripetere senza ripetersi e tutte quelle cose che ci hanno insegnato alla scuola di giornalismo musicale for dummies. La title track del nuovo lavoro sembrava in effetti lasciare qualche dubbio al riguardo e suonava come una b-side di Dogrel, per quanto ben confezionata. Con I Don’t Belong (che dell’imminente secondo album sarà la traccia di apertura, quasi a fare da contraltare alla spavalderia pseudo-ottimista della sua omologa Big) si cambia registro quel poco che basta. Una linea di basso discendente che ti risale su per la spina dorsale senza arrivare mai a un vero e proprio climax, in un’atmosfera meditabonda e fumante degna – ma guarda un po’ – dei Joy Division più giù di corda, racconta una verità così scontata da essere quasi impossibile da accettare, ovvero che l’improvvisa consapevolezza di non appartenere davvero a nessuno ti lascia sì un indescrivibile senso di libertà, ma anche l’amara presa di coscienza di essere solo come un cane.

Per il video era già programmato uno shooting nel centro di Londra. Poi la pandemia ha mandato tutto a scatafascio e allora il bassista Conor Deegan III si è improvvisato videomaker, ha portato la band sulle coste della natìa Irlanda e lì ha inzuppato il frontman Grian Chatten nell’acqua fino al collo. Lui, per garantirsi una voce impastata che avrebbe reso meglio l’idea, si è scolato quattro o cinque Guinness prima del take buono, in una sorta di metodo Stanislavskij che non prevede il conforto dell’alcol test.

Una sbronza consapevole presa male e la necessaria distanza (a)sociale da qualunque concetto di spiaggia affollata. Se l’OMS avesse suggerito queste linee guida, ci saremmo risparmiati un bel po’ di complicazioni collettive.

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