Victor DeLorenzo: Tranceaphone
Ma guarda te che me tocca fà: sonà dalla cameretta come un regazzino...
 
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La Femmina perde il pelo ma non il vizio (di essere Violenta).

Victor DeLorenzo
Tranceaphone

Max Zarucchi
Max Zarucchi

Milwaukee, 1982. Un padre, vedendo l’entusiasmo del figlio diciottenne che con i suoi amici aveva formato una band in cui aveva messo anima e corpo, decide di aiutarlo e finanzia per loro i 10.000 dollari necessari (circa 27.000 euro odierni tenendo conto di inflazione e potere di acquisto) per la registrazione di un album. Il primo. Il disco uscì l’anno seguente per la Slash Records e il resto è storia.

Questo per dire che, alla fine, è grazie al signor DeLorenzo se il mondo ha potuto ascoltare e amare i Violent Femmes, fautori di alcuni degli album più romanticamente belli della scena folk-punk (o indie, come si diceva una volta prima che il termine venisse insozzato da gruppuscoli ahimè noti) americana. Il figlio Victor ne era il batterista, e uscì dal gruppo a metà anni Novanta continuando da solo, tra collaborazioni e progetti solisti.

Torna oggi con un EP che è pura poesia, di cui la title-track è una summa artistica e stilistica. Due minuti e tredici secondi con un 4/4 vizioso ed eroticamente trashy che diventa malinconicamente evocativo nei brevi refrain, prima che delle tastiere sinuose prendano corpo accompagnando il mantra del testo. Parole che sanno di autobiografia: «non sarai mai solo con il tuo Tranceaphone» (il suddetto oggetto era un bidone di metallo a testa in giù che il Nostro usava a inizio carriera quando i VF suonavano per strada). Simpatico anche il richiamo ironico all’epicità di You’ll Never Walk Alone. Tutto in due frasi e due riff.

Insomma, il vecchietto dimostra ai giovani come in centotrentatré secondi si possa essere terribilmente efficaci e incisivi anche senza troppi imbellettamenti. Basta solo avere davvero qualcosa da dire.

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