The Soft Moon: Black Sabbath
Penso ancora a quel povero pipistrello...
 
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Nuvole elettriche per ridare vita al Sabba Nero.

The Soft Moon
Black Sabbath

Max Zarucchi
Max Zarucchi

Se bisogna trovare una canzone che abbia in qualche modo dato fuoco alle polveri per quanto concerne un genere musicale, probabilmente ogni appassionato avrà la sua idea. Di certo però se si parla della nascita del metal i Black Sabbath vincono facile: il tritono che apre magistralmente il loro disco di debutto è di fatto la pietra su cui si pongono le fondamenta di tutto il rock pesante a venire.

Interessante quindi sentire come una band, apparentemente agli antipodi rispetto a quanto proposto da Iommi e compagnia, riesca a fare suo quel classico senza tempo. L’approccio all’omonimo brano dei Sabbath da parte dei Soft Moon è curioso ed efficace: non va a stravolgere da cima a fondo la partitura, restando anzi molto fedele alle battute, ma trasporta tutto in un contesto molto più vicino a un goth club dei primi anni ‘90, dove l’industrial si mischiava con ciò che rimaneva della new wave. In altri termini, lo scenario che ha fatto la fortuna di gente come i NIN, per rimanere sui nomi grossi.

Il pezzo (che curiosamente risulta uno dei più neri e pesanti mai registrati dai Soft Moon sinora) fa parte di una splendida compilation/tributo a opera della sempre attenta Sacred Bones, che ha deciso di mettere alla prova parte del suo roster con i brani della leggendaria band di Birmingham, festeggiando così il cinquantesimo compleanno del Sabba Nero. Incredibili le versioni di Hilary Woods, Zola Jesus e Moon Duo, lodevoli o piacevoli le altre. Da ascoltare.

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