Puscifer: Apocalyptical
Perché un Maynard solo non era abbastanza
 
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Innanzitutto vestirsi bene. Ovvero l'Armageddon secondo MJK.

Puscifer
Apocalyptical

Cosa succede se si mette Maynard James Keenan in lockdown per un bel po’? Beh, sicuramente non gli si potrà imputare di fare una cosa che non sia per se stesso. Ricerca, follia, sperimentazioni, rossetti e balletti: tutti annessi.

Se infatti nell’ultimo album dei Tool si era dimostrato decisamente slegato dal resto della band, come se le linee vocali fossero state messe lì tanto per essere messe, con il risultato di un conseguente apprezzamento abbastanza altalenante (da “album dell’anno” a “delusione dell’anno”, entrambi giudizi validi), il progetto Puscifer, invece, risulta esente da queste problematiche.

Qui Keenan è libero di affidarsi all’abito elegante, di tenere il tempo col piedino (in una mossa d’appeal surreale quasi à la Cochi e Renato) e di sfoderare una pittura per le labbra così accesa che finisce per raggiungere l’effetto cercato: stemperare i toni e riconsegnarci proprio – in virtù del suo trasformismo – l’esatto Maynard che ci si aspetta.

L’impressione è che, a oggi, quello dei Puscifer sia davvero il suo progetto più chiaro. D’altronde bisogna farsi trovare eleganti alla fine del mondo. E poco importa se si riuscirà o meno a tirar fuori un disco da quel «doin stuff» con cui ha commentato l’uscita di Apocalyptical. Va assolutamente bene così: ritrovarci lui e Carina in modalità David Bowie, coi bassi a cannone e un vibe electro-pop che ora ben si addice al termine più cool di art-rock.

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