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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c'è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Questa è la sezione longform di HVSR.

Extended Play

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Nick Cave: Cosmic Dancer
Un tirannosauro danzatore cosmico
↤ Tracce

Ho iniziato a danzare da quando sono uscito dal ventre materno. E forse già prima.

Nick Cave
Cosmic Dancer

David Bowie non fu certo né il primo né l’ultimo a pensare che senza Marc Bolan (il folletto) non potesse nascere il fenomeno musicale generalmente noto (e anche probabilmente eccessivamente circoscritto) come glam-rock. «I danced myself right out the womb»: un personaggio che appunto – fin dal primo momento – sembrava nato per raggiungere i risultati che poi ha effettivamente ottenuto, in termini artistici.

Scomparso – purtroppo prematuramente – nel 1977 per un incidente stradale, l’idolo dei T. Rex era considerato (almeno nel Regno Unito, e a pieno titolo) uno dei più eccentrici artisti sulla piazza. Oggi, probabilmente, lo stesso ricordare il suo nome (oltre al tributargli il giusto pegno) è un atto che si porta dietro un culto del “rispolvero” o della “riesumazione” molto spesso legato al fare “la figura dell’intenditore”. Con buona pace degli hipster più incalliti.

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Proprio AngelHeaded Hipster: The Songs of Marc Bolan and T. Rex è il titolo di un album (in uscita a settembre) dedicato all’artista/poeta/attore/musicista/quant’altro, di cui il primo estratto è interpretato da un altro personaggio legato ai tempi che corrono (e che correvano) – il maestro Nick Cave, da poco reduce dal dubbio Ghosteen (che, almeno in copertina, recita & The Bad Seeds). Insieme a lui, nel disco tributo, anche Elton John, U2, Joan Jett, Devendra Banhart, Marc Almond e altri.

«Is it strange to dance so soon?» si domanda, poeticamente, il narratore di Cosmic Dancer. Integrata in un progetto di cover di ginsbergiana memoria (il titolo si rifà a un verso di Howl dedicato agli ascoltatori liberi di bepop tipici dell’America degli anni Cinquanta), arricchita da un piuttosto didascalico (ma efficace) comparto d’archi e orchestra, la canzone sembra guadagnare uno spirito nostalgico di immediato effetto, quasi sacrale. Il tono da tristesse nickcaviana, ovviamente, esemplifica a puntino la reminiscenza artistoide, ma permette opportunamente di ricordare una grande figura in maniera degna del suo altrettanto grande talento, ingiustamente e colpevolmente bypassato quando si parla di storia del rock.

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