Ist Ist: Silence
Distanziamento socio-architettonico
 
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La Manchester in scala di grigi colpisce ancora.

Ist Ist
Silence

Max Zarucchi
Max Zarucchi

Quando ci si appassiona a un genere o a un manipolo di band, arriva sempre il momento in cui si viene delusi. Cambiamenti radicali di stile, scioglimenti, estrema staticità sono tra le cause che ci fanno allontanare da quelle icone, lasciandoci in qualche maniera orfani: perché trovare band che le scimmiottano è facile, ma i gruppi che riescono a convincere, pur con tutti i loro riferimenti del caso, scarseggiano.

Per fortuna che la terra di Albione ha sempre qualche asso nella manica.

Gli Ist Ist sono attivi da qualche anno nel circuito underground e dopo una serie di singoli digitali arrivano ora al debut vero e proprio, placando in parte la sete di musica di chi è rimasto deluso dalle ultime mosse di Interpol ed Editors. Ciò non vuol dire che ne sono cloni: semplicemente il loro modo di approcciarsi allo spartito è simile a quello sanguigno ed epicamente emotivo che aveva fatto la fortuna di molte band simili nei primi Duemila.

Silence è uno dei fiori all’occhiello dell’album, in cui la band di Manchester riesce a racchiudere buona parte di quello che la rappresenta: drumming quadrato, basso prominente, chitarre liquide e spaziose, pathos grondante dalla voce, un ritornello emotivamente lacerante che si ficca in testa al primo ascolto. Se poi i nostri sul comodino tengano o meno il santino di Ian Curtis non è dato sapersi, ma poco conta: si tratterebbe del giusto tributo a uno degli eroi che a queste sonorità ha dato vita.

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