Humans vs Robots
 
Deep Purple: Man Alive
Viola brizzolato
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Hard-rock gran riserva, ovvero quando i nonni convincono più dei bisnipoti.

Deep Purple
Man Alive

Dopo cinquant’anni di carriera non deve essere facile essere messi ingiustamente fuori dal podio dell’hard-rock. Quando infatti si parla delle band cardine del genere, che hanno di fatto dato vita al metal e a mille sue sfaccettature, nel 90% dei casi si citano Black Sabbath, Led Zeppelin e via via con i primi vagiti di Judas Priest e compagnia bella. Sembra quasi che per molti dimenticarsi dei Deep Purple sia figo.

Eppure capolavori come Deep Purple in Rock, Machine Head, Burn e il monumentale live Made in Japan restano dei capisaldi della musica rock del ‘900.

Se è vero che la band, nelle sue innumerevoli incarnazioni non è mai riuscita a eguagliare le vette raggiunte nei Seventies, è altrettanto vero che i Nostri non sono mai stati avari di buona musica, continuando a registrare e pubblicare album dignitosi che a volte contenevano delle vere e proprie perle.

Questo è il caso della nuova Man Alive, secondo singolo tratto dal prossimo LP Whoosh!, che a differenza del brano che l’ha preceduto non sfoggia la parte più hard di Paice e Glover, ma va a pescare a piene mani nel rock d’atmosfera figlio di intuizioni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta. Un pezzo liquido, sognante, spacey tanto quanto il video che lo accompagna, dove lo splendido lavoro melodico tra l’Hammond di Airey e le chitarre sempre magnifiche di Morse lasciano spazio alla voce di Gillan, sempre splendida con il passare degli anni. Se da una parte ha perso grinta e attacco, ha guadagnato in colori e sfumature unici, come bere un ottimo whisky invecchiato in barili di legno pregiato. Non è una questione di buttare giù lo shot per sbronzarsi, quanto di assaporare il tutto cercando di cogliere ogni retrogusto possibile, scoprendo a ogni sorso una nuance nuova.

Man Alive è lo zenit di ciò che possono proporre i Purple a livello qualitativo oggi: se questo da molti può essere considerato “mestiere”, ben venga il mestiere allora. Cinque decadi di carriera sono cosa per pochi. Continuare ad ammaliare con la propria musica dopo tutto questo tempo è solo per i grandissimi.

Max Zarucchi
Max Zarucchi

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