Squarepusher: Detroit People Mover
Pre o post Covid?
 
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Musica per città deserte che farebbe piangere un robot.

Squarepusher
Detroit People Mover

Tom Jenkinson, a.k.a. Squarepusher, avrebbe dovuto esibirsi al Majestic Theatre di Detroit lo scorso 16 aprile. Come tante altre performance, anche la sua è evaporata per effetto del COVID-19. Allora lui ha deciso di tributare un omaggio a quella città, pubblicando Detroit People Mover, inatteso secondo singolo dal suo quindicesimo album, Be Up a Hello.

Come spesso accade parlando di lui, è impossibile scindere la musica dalla componente visual. Questa è un’opera densa che incapsula, con voluto tempismo, il nostro tempo presente. Un’inquadratura fissa all’interno di una carrozza vuota della People Mover, la monorotaia sopraelevata di Detroit, regala scorci di una città deserta, privata della sua umanità. Così piccola, sfila nella sua breve tratta in uno spazio grandissimo, come fa tutti i giorni, sempre uguale a se stessa. Percorre ostinatamente il suo giro, con il vuoto dentro. Unica passeggera, una stampante, che produce immagini random della Detroit di prima. Prima della pandemia, ma anche prima di tanti anni fa: fabbriche, proteste, la cassetta di qualche rave, momenti di connessione sociale.

Jenkinson, il più vorace e longevo tra i produttori di elettronica, quello che flirta con l’idea di un’umanità sostituita dai robot (che suonano strumenti, per giunta), ha partorito il più romantico e lacerante dei manifesti contemporanei. L’isolamento raccontato da un tema elettronico minimo, ma centratissimo, nella città che ha partorito la techno. Musica per città deserte, la potremmo chiamare.

Nella nostra nuova vita ci trasmetterà emozioni che non vorremo più sentire. Ma a cui vorremo bene.

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