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Shabaka and the Ancestors: The Coming of the Strange Ones
King Shabaka e le altre sette meraviglie del jazz
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Il jazz afro-londinese fuori dai conservatori ai tempi dell’Apocalisse.

Shabaka and the Ancestors
The Coming of the Strange Ones

Uscito il 13 marzo scorso, We Are Sent Here By History è già stato giudicato da molti come un grande album in cui non ci è possibile non incappare. Bisogna ammetterlo: per quanto riguarda l’esplorazione di nuovi territori contaminati, da Londra arrivano davvero belle notizie. Una su tutte: lasciata da parte l’accadema, l’amico jazz si prepara a tenere testa alla fine del mondo.

Shabaka Hutchings è uno dei tasselli fondamentali di questo girone delle meraviglie, così come una delle voci più brillanti di questo panorama. Oltre alle collaborazioni (tra cui Sun Ra Arkestra, Floating Points, Mulatu Astatke, Polar Bear, Melt Yourself Down) avere tre – ben tre, signori! – progetti come quelli che si porta sulle spalle (e che riescono ad avere una qualità efficace sotto quasi ogni aspetto) è roba da sciamani. Sons of Kemet, The Comet Is Coming e Shabaka and the Ancestors sono infatti le tre facce della piramide perfetta di King Shabaka. E il suo sassofono si pone a sigillo del regno, qui a capo di un sestetto space-jazz stratosferico, alle prese col secondo lavoro discografico.

Un album che parla dell’estinzione dell’umanità, in questo periodo, suona a dir poco profetico. E se poi anche l’Africa di Fela Kuti si sveglia roboante di magia in simili progressioni psichedeliche, allora è davvero la cosiddetta “roba giusta al momento giusto”. Un momento in cui l’afrobeat riscopre se stesso in centri sociali, dancehall, club e guadagna finalmente il giusto spazio al di fuori dei suoi confini spaziali d’origine.

The Coming of the Strange Ones è una mistura perfetta di tutto questo discorso: sax contralto (Mthunzi Mvubu) e tenore (Shabaka) si scambiano le ultime botte dell’Apocalisse muovendo i fianchi, mentre in giro si sente un certo A Love Supreme coltraniano, tendenze alla Archie Shepp e Hugh Masekela. Roba pysch e spirito free-jazz ruotano nell’aria rarefatta di questi scorci narrativi. Ben oltre gli stilemi codificati dei conservatori, l’ennesimo passo avanti di un genere che ha fatto la Storia.

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