Humans vs Robots
 
Melt Yourself Down: Crocodile
Multi-etnicità prêt-à-porter
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Un incrocio tra il gabinetto del dottor Caligari e la cabina telefonica di Doctor Who.

Melt Yourself Down
Crocodile

Dici “suonare post-punk col sax” e subito il pin di Google Maps si drizza dalle parti di Bristol, mentre la lancetta della macchina del tempo oscilla impazzita tra il ‘77 e l’81 – tradotto in due parole: Pop Group.

Di acqua ne è passata da allora sotto il ponte sospeso di Clifton e oggi qualunque sfiatata che trasformi l’ottone in oro pare debba transitare per forza attraverso i polmoni e la boccuccia di Shabaka Hutchings, che – tra i Sons of Kemet, gli Ancestors e i Comet Is Coming – si è meritato sul campo il monopolio di qualunque applicazione dello strumento al di fuori dei canoni del jazz classico.

I Melt Yourself Down sarebbero proprio il perfetto punto di contatto tra la band di Gareth Sager e l’ultima creatura del “King”. E infatti – guarda caso – Shabaka stesso faceva parte della formazione originaria del gruppo. Poi si sa, due galli in un pollaio non possono durare granché e il pollaio in questione era quello dove il sassofono più lungo ce l’aveva Pete Wareham. Così la cosa ha preso una piega più punk che fusion. Anche se messa in questi termini suona parecchio riduttiva.

Sì, perché 100% YES è non solo il nuovo album dei sei londinesi (in gran parte acquisiti, nel nome della globalizzazione etnica), ma anche la sintesi di un obiettivo giudizio al riguardo. Parla di cose serie come il lato oscuro del colonialismo inglese in India, le parti insabbiate della tragedia di Grenfell, gli effetti devastanti di droghe russe molto in voga tra i ragazzini (la krokodil citata in questo pezzo). Il bello è che lo fa con un linguaggio che non si può descrivere a parole, a meno di non voler esagerare con un’overdose di etichette. Che ne so, tipo “punk jazz funk afrobeat blues hip-hop no wave free jazz dance psychedelic rock”.

A saper disegnare, sarebbe più facile, forse. Verrebbe fuori la caricatura di Bobby Gillespie, coi rasta, il piercing al naso, un turbante tuareg in testa e in bocca – al posto di una canna – un qualunque strumento a fiato.

Anzi, no. Meglio se insieme alla canna.

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