Humans vs Robots
 
Kota (feat. Trinity): 03
Mi è sembrato di vedere un giappo
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Filastrocche elettrodark da conservare per la fine del mondo.

Kota (feat. Trinity)
03

Quando, a cavallo tra gli ‘80 e i ‘90, i darkettini di mezzo mondo spulciavano nel negozio di dischi, sapevano, senza farsi troppi problemi, che alla lettera C avrebbero trovato i Christian Death e che potevano pescare o quelli considerati americani o quelli europei. Questo per sintetizzare. Ancora non c’era nessuna faida né troppe discussioni: così era e andava bene. In qualche modo ci si affezionava ai vari musicisti che avevano gravitato attorno a Rozz Williams e Valor Kand, sia ai più in vista come Rikk Agnew, Gitane Demone, David Glass o Bari Bari, sia ai comprimari tipo Nick the Bastard, Johann Schumann o Kota.

Quest’ultimo aveva una storia particolare. Bassista, aveva suonato sugli album della Morte Cristiana dal 1987 al 1989, per poi tornarsene in Giappone (sua terra d’origine) per seguire questioni legate alla propria famiglia. Di lui si erano praticamente perse le tracce finché non è rispuntato sulle scene, un po’ in sordina, come DJ, produttore e, saltuariamente, come ospite live degli attuali Christian Death con Valor e Maitri.

Evidentemente la voglia di musica non è mai svanita in lui: il gentleman nipponico, oltre a lavorare a progetti solisti, ha cominciato a collaborare con l’italiana Alessandra Trinity Bersiani, già polistrumentista per i romani La Grazia Obliqua.

03 è il loro terzo singolo, una filastrocca ipnotica per bambini sotto acido in chiave volutamente lo-fi che potrebbe spiazzare alcuni daVk coi paraocchi. Il tutto corredato da un testo recitato in maniera monocorde, figlio di una certa cultura cut-up basata su verbi regolari all’infinito presente in un continuum che, appiattendone il significato, ne esalta il significante ultimo: quasi un desiderio irrealizzato più che uno sterile elenco, con una coda malinconica che contrasta nettamente con la danza fanciullesca dettata dalla musica.

Nella sua estrema semplicità, un inno alla bellezza dello scarno, quasi un ritorno alle radici del fare musica.

Max Zarucchi
Max Zarucchi

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