Fake Names: Brick
(Non più) giovani ribelli
 
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La rivincita a colpi di mattone del punk a stelle e strisce.

Fake Names
Brick

Max Zarucchi
Max Zarucchi

Rimescolare le carte a poker è una forma di presa in giro. Se le carte sono quelle, abbiamo le medesime possibilità di ricevere una buona mano o una terrificante sia se le mischiamo una volta, sia che lo facciamo per un’ora. Questa è statistica, il resto sono solo superstizioni.

Quindi se ci troviamo una band nuova con dentro personaggi come Michael Hampton (State of Alert, One Last Wish, Embrace), Dennis Lyxzén (Refused, International Noise Conspiracy), Johnny Temple (Girls Against Boys, Soulside) e Brian Baker (Minor Threat, Dag Nasty, Bad Religion) cosa possiamo aspettarci? R&B? Electroclash? Indie-pop?
Difficile.

Brick puzza di punk, solo punk, nient’altro che punk. Ovviamente nell’accezione americana del termine, quindi buttateci anche un po’ di emo e pop. Un minuto e tre quarti che, com’è giusto che sia, non punta né sull’originalità né tantomeno sull’innovazione sonora, lanciando a briglie sciolte un ritmo saltellante con un cantato fatto per essere gridato da un pubblico sudato e schiacciato in un mini club senza aria. Siamo – ci mancherebbe – lontani dalla violenza dei Discharge, ma sono due mondi completamente diversi: se in UK c’erano i Pistols, negli USA c’erano i Ramones, non scordiamolo mai.

Con queste premesse non credo che il nuovo album in uscita a maggio per la gloriosa Epitaph (e anche questo dovrebbe essere un segnale forte riguardo ai nostri) farà gridare al miracolo, ma sicuramente piacerà a tutti i nostalgici di un suono nato sì negli ‘80, ma che ha preso definitivamente piede nei ‘90. Enjoy.

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