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Danzig: One Night
Prima di morire faccio pure The End dei Doors
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La fregatura delle aspettative troppo alte è quella di non far apprezzare le cose per ciò che realmente sono.

Danzig
One Night

«Non è vero che è meglio tardi che mai, se è tardi è tardi e basta!» – Questa frase di Cheyenne, alias Sean Penn, tratta dallo splendido This Must Be the Place, è il diavoletto rosso che batte sulla spalla di chi ha tutto il pelo dritto dalla gioia perché finalmente Danzig ha pubblicato un disco di cover di Elvis. La reincarnazione di Jim Morrison e il Re di Memphis in un’unica voce che si approccia a uno dei suoi padri putativi è qualcosa che i fan aspettavano da tempo. Molto tempo. Forse troppo..

Tra le varie canzoni scelte, One Night è quella con il passato più curioso. Composta originariamente da Dave Bartholomew e Pearl King, fu incisa nel 1956 da Smiley Lewis ottenendo un discreto successo. Elvis se ne innamorò, registrandone una versione l’anno successivo, ma a causa del testo ritenuto all’epoca immorale («una notte di peccato è quello per cui sto pagando») questa take venne archiviata fino al 1983. Per aggirare il problema e pubblicare il singolo, The Pelvis cambiò il testo in «una notte con te è quello per cui sto pregando»

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Danzig prende il pezzo, lo plasma con una produzione di serie C tipica di molte uscite dei Samhain, ricreando un vibe incerto modello anni ‘50 (ma a questo punto tanto valeva puntare sul mono) e ne tira fuori una buona versione, dimostrando finalmente nei fatti che sì, il suo timbro era davvero da figlio illegittimo di Presley. L’unico neo è che sarebbe stato mille volte meglio sentire il Glenn trentenne alle prese con questo brano. Qui la sua voce, una volta potente e profondamente colorata ed espressiva, è assottigliata sotto il peso dei suoi 65 anni e quella che poteva diventare una cover memorabile rimane soltanto (ma comunque) qualcosa di piacevole, da lasciare in loop in auto senza pensare troppo ai dettagli.

Resta che per ogni fan di vecchia data questo sia un sogno che si è avverato, e il risultato è in ogni caso più che godibile. Ma per il capolavoro vero e proprio, forse a causa anche delle aspettative, questa volta è davvero troppo tardi.

Max Zarucchi
Max Zarucchi

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