Humans vs Robots
 
Yves Tumor (feat. Diana Gordon): Kerosene!
Mi passi il cacciavite a stella?
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Trasformismo pop: primitivo, esuberante, carnale.

Yves Tumor (feat. Diana Gordon)
Kerosene!

Sean L. Bowie ha un nome (e soprattutto un cognome) pesante, di quelli che è meglio nascondere dietro a un moniker per non suggerire paragoni complessi. La sua fortuna è che ha pure tutto il talento necessario per reggerne il fardello a prescindere. Normale quindi che tocchi a lui farci notare l’ovvio, e cioè che un genere musicale altro non è che un corpo e che, se dentro a quel corpo ti senti imprigionato, l’unica via d’uscita è ridefinirne l’essenza.

Così, se quel meraviglioso, indefinibile capolavoro di Safe in the Hands of Love stracciava l’hype di un termine come gender fluid, applicandolo contemporaneamente ai concetti di “pop” ed “elettronica” solo per sciogliere il tutto in un unico magma incandescente, l’imminente Heaven for a Tortured Mind sembra voler dare l’ennesima sterzata a una carriera volutamente fatta di tornanti e scalate in solitaria a coraggiosi gran premi della montagna seguiti da discese a rotta di collo verso solo lui sa dove.

Il fatto è che, nei suoi panni, la trasformazione brachettiana da rumoroso producer sperimentale a cantautore trascendente alla (tutto torna, alla fine) David Bowie sembra la cosa più naturale del mondo: gli è concesso, non stupisce, perché funziona e gli viene meglio degli altri.

Prendete Kerosene! – un duetto a dir poco psichedelico con Diana Gordon (quella che una volta si faceva chiamare Wynter Gordon ma ora rispolvera orgogliosa il vecchio nome dell’anagrafe), dove entrambe le voci non fanno che rincorrersi disperatamente, mentre cercano senza sosta di diventare, anche solo per un attimo, l’una l’altra. Caos o ordine in costante (dis)equilibrio, chitarre che se ne vanno per i fatti loro (ma sempre nella direzione di una nuova moderna idea di Prince 2.0) e la sensazione fissa che la cosa stia progressivamente crescendo verso un climax che invece rimane solo un’affascinante ipotesi autodistruttiva.

Un inno alla codipendenza – tra lui e lei, tra autore e ascoltatore, tra musica e il suo presunto significato – che non è mai suonato così groovy.

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