Humans vs Robots
 
Ulver: Russian Doll
Pop dentro
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La sottile linea nera tra la trollata e il genio.

Ulver
Russian Doll

Kristoffer Rygg è il Mike Patton del black metal, ma meno autoreferenziale: uno che nella vita ha fatto – musicalmente parlando – di tutto, ma che se poi gli chiedi qual è la cosa di cui va maggiormente orgoglioso in un percorso più che ventennale ti risponde «il nostro disco di cover del 2012».

La sua creatura Ulver, negli anni, ha vestito i panni – ogni volta con successo, tra l’altro – di un’orchestra di oscuro folk scandinavo, di un combo di jazz-techno avant-garde, di un progetto estemporaneo per la colonna sonora di un film minimalista, di una cover band di pezzi garage anni Sessanta, di un ensemble specializzato in ambient-drone e di qualche altra cosa che mi sono perso nei momenti in cui ero distratto.

Non che il fatto stupisca più di tanto: dopotutto la comunità norvegese più estrema si è sempre rivelata un terreno fertile per chi ha sentito il bisogno di sperimentare e perfezionare stili e soluzioni innovative e non ha mai serbato troppo rancore – al netto delle ben note vicende a base di accoltellamenti, morti ammazzati e incarcerazioni, le cui origini sono in ogni caso ancora tutte da definire e vanno sicuramente oltre un banale risentimento da “svolta pop” – a chi si è voluto allontanare dalle sue radici brutali e rumorose.

In questo senso, Russian Doll mette sulla questione un carico da novanta e porta il dibattito “has black gone pop?” al livello di raffinatissima matrioska. Mixata da Michael Rendall e Martin “Youth” Glover (due che sul tema “come plastificare il metal” potrebbero farci un corso universitario), sconfessa l’immeritata fama di superficialità dei synth con contenuti ispirati al film di Lukas Moodysson sul traffico di esseri umani (Lilja 4-Ever), mentre Annija Raibekaze ci balla sopra come una Britney Spears qualunque, indossando però la maglietta di Bergtatt: et Eeventyr i 5 Capitler e un chiodo di pelle dei Coil.

Puoi guardarla senza audio e immaginare che sia un nuovo pezzo dei Darkthrone, oppure ascoltarla senza sbirciare il video e gioire del fatto che i Depeche Mode finalmente abbiano scritto la canzone che aspettavi da un po’. Cosa vuoi di più dalla vita?

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