The Dream Syndicate: The Regulator
Giuro che era solo una bibita
 
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Allucinazioni sonore del nuovo millennio chiuse in quattro mura del secolo scorso.

The Dream Syndicate
The Regulator

Max Zarucchi
Max Zarucchi

Ci sono milioni di studi e tecniche tutt’altro che artistiche dietro alla scelta di un singolo apripista. Quando un brano deve andare ad anticipare un album, si può decidere se renderlo un antipasto che abbia lo stesso sapore degli altri pezzi oppure se sia un po’ il pesce fuor d’acqua del lotto. L’unico comune denominatore è che sia orecchiabile, breve, d’effetto.

Ai Dream Syndicate tutte ‘ste menate non importano e per darci un assaggio del prossimo The Universe Inside (il loro quarto LP in 4 anni) buttano lì una suite schizoide da 20 minuti. Roba da suicidio commerciale, ma anche di questo credo che i maggiori esponenti della paisley underground se ne freghino altamente.

Dopo la reunion del 2012 i nostri hanno pubblicato solo materiale eccellente, a riprova di un’ispirazione apparentemente senza fine. The Regulator è figlia di una lunga improvvisazione in studio, uno scambio di volano tra krautrock e psichedelia su un campo da gioco progressive con righe segnate dall’elettronica vintage e dal free jazz. Una composizione che rapisce e assorbe l’ascoltatore nella sua spirale caleidoscopica sempre in movimento, zeppa com’è di dettagli, intuizioni e guizzi spiazzanti che rendono la pièce affascinante nel suo riuscire a tenere le briglie anche quando si vola sopra le righe lisergiche del suono.

Se dopo più di 40 anni di carriera (nella band e come singoli elementi) Steve Wynn e i nostri riescono ancora a catturarci così, non è solo per mero mestiere: hanno ancora da dire. Molto. Moltissimo. Per fortuna. Grandissima conferma.

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