Suzanne Vega: Walk on the Wild Side
Poi rifaccio Venus in Furs
 
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L'arte di interpretare un brano senza ucciderlo.

Suzanne Vega
Walk on the Wild Side

Max Zarucchi
Max Zarucchi

Se ci fosse un premio per i testi incredibilmente meno compresi dai turisti della musica sicuramente Lou Reed lo avrebbe conquistato più volte nella sua carriera. Altrimenti non ci si capacita del perché uno debba ascoltare Sunday Morning (lo spleen di un risveglio dopo una notte di eccessi illegali) come sottofondo di uno spot della corrente elettrica o I’m Waiting for the Man (un junkie che aspetta il suo spacciatore) per non ricordo cosa. Peggio ancora sentire Walk on the Wild Side rifatta da un tizio di Barcellona in chiave soft per pubblicizzare un Suv. Cioè perlomeno l’agghiacciante versione italiana cantata da Patty Pravo era interpretata da una il cui curriculum ben si addiceva alle parole del testo.

Ma non è solo il lifestyle che conta: i brani sono storie e non è necessario fare marchette per recuperare i soldi per il buco per interpretarle come si deve. A patto di farlo senza snaturare il loro significato intrinseco. Lavoro non da poco.

E la ex ragazza prodigio Suzanne Vega ci riesce in pieno. Trasporta il marcio di Walk on the Wild Side in un pianobar frequentato da persone poco raccomandabili, che alle tre del mattino ascoltano annuendo la sua voce roca e profonda che racconta. Ci vuole spessore per avvicinarsi a Lou senza risultare ridicoli e la Nostra dimostra (se mai ce ne fosse stato bisogno, dato anche il livello altissimo della sua carriera che va ben oltre lo stravenduto Solitude Standing e la celeberrima hit Luka) di averne in abbondanza.

Ecco, questo è il modo giusto per tributare il genio di Reed. Non le cover da Talent di, chessò, Perfect Day (altro testo quantomeno ambiguo). A questo punto meglio Nikki Sixx che citava direttamente la cosa come si deve in Wild Side e arrivederci. Brava Susanna.

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