Sopor Aeternus & The Ensemble of Shadows: Deathhouse
Come un giaguaro stellato
 
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La magnificenza del lo-fi barocco continua ad affascinare anche dopo tre decadi.

Sopor Aeternus & The Ensemble of Shadows
Deathhouse

Max Zarucchi
Max Zarucchi

Nella storia della musica in molti hanno giocato la carta del mistero su chi si celasse dietro ai performer. Il mistero vende, il sogno regala magia all’aura degli artisti e, se alla base la musica è buona, ne accresce la fanbase: è un trucco da usare con cautela ma che può dare ottimi frutti.

Come tutti i giochi però, prima o poi finisce. Basti pensare ai Kiss o ai più recenti Ghost: dopo i primi anni di mistero le vere identità sono state rivelate. Ovviamente ciò non cambia il valore intrinseco della musica in sé, ma è innegabile che la magia si spezza e subentra la teatralità. Nell’immaginario non è più Il Figlio Delle Stelle o Papa Emeritus a cantare. Sono Paul Stanley e Tobias Forge che interpretano il ruolo di.

Questo iter classico sembra non aver ancora colpito Anna-Varney Cantodea, colui/colei che si cela dietro al progetto Sopor Aeternus accompagnato dal suo Ensemble of Shadows. Di Anna in realtà non sappiamo nulla: il tutto è stato lasciato alle immagini promozionali pesantemente ritoccate e alle dichiarazioni, senza mai una vera e propria apparizione pubblica. È davvero la figura asessuata che vediamo sulle copertine degli album quella che scrive, suona e canta sui dischi? Probabilmente non lo sapremo mai, e questo non fa altro che accrescere il culto di un progetto che sta sulla scena da oltre trent’anni. Tre decadi in cui, partendo da un approccio minimale e lo-fi fino ad arrivare a vere e proprie orchestrazioni, Sopor Aeternus ha saputo regalare alcune delle composizioni più toccanti della musica degli ultimi 200 anni. Un’ispirazione apparentemente senza fine che però, a dirla tutta, sembrava man mano avviarsi verso il viale del tramonto. Invece Varney già dal disco precedente ha spiazzato tutti, tornando in un certo modo alle origini.

Lasciate da parti orchestrazioni stratificate ridondanti, ha spogliato la musica da inutili abbellimenti e ha riportato la canzone al centro di tutto. Questa Deathhouse potrebbe essere benissimo una outtake del primo, inarrivabile album o addirittura dello splendido demo, tanta è l’immediatezza e crudezza con cui il brano è suonato e interpretato. Dritto all’osso, con la solita magistrale interpretazione vocale sempre in bilico tra lamento sofferente e follia contenuta, il pezzo trascina l’ascoltatore nelle cripte a cui Sopor ci aveva abituato e noi non possiamo che ringraziare per l’ospitalità.

La rinata ispirazione di Anna-Varney è la cosa migliore che sia accaduta a un certo tipo di darkwave negli ultimi anni.

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