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Pearl Jam: Dance of the Clairvoyants
"Love is friction"
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Pronti a rinascere. Che vi piaccia o no.

Pearl Jam
Dance of the Clairvoyants

L’arrivo di un nuovo album dei Pearl Jam suscita sempre grande trepidazione e sconquasso, vuoi per il noto oltranzismo della loro fanbase – di cui la rissosissima sottoscritta si fregia di far parte – vuoi perché la band da anni pubblica concedendosi grandi intervalli di tempo.

Ricordate Can’t Deny Me? Il discutibile singolo buttato lì un po’ così due anni fa? Dimenticatelo. Dance of the Clairvoyants, il pezzo apripista del prossimo album Gigaton, è altro.

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È chiaro che la band di Seattle abbia finalmente dato una sterzata al suono. C’è nuova grinta e c’è un nuovo produttore – Josh Evans, al posto del ricamatore Brendan O’Brien. Soprattutto, c’è un’intro col synth. Una cosa che, fosse un’altra band, non parrebbe così strana. Ma i Pearl Jam che partono con una linea di tastiera arpeggiata, come degli MGMT qualunque, sono spiazzanti. Tastiera suonata tra l’altro da Jeff Ament, che di solito suona il basso. Basso suonato qui da Stone Gossard, che di solito suona la chitarra. Chitarra che di solito suona (anche) Mike McCready, che qui si occupa (anche) di percussioni. Eccola l’altra grande notizia: tutti che suonano tutto, e Mike McCready alle congas.

Matt Cameron invece che fa? Suona ancora la batteria. Qui addirittura l’ha programmata, suonandola. Cioè, riproducendo il suono della batteria elettronica, com’è spiegato bene in questa clip. Insomma, un fottuto genio. Questa è una valida argomentazione da usare con i cattivoni che vi diranno che «ormai anche i Pearl Jam hanno la batteria elettronica e non sono più quelli degli anni Novanta».

E che dire di Eddie Vedder? Un altro uomo. Le problematiche mondiali che lo attanagliano hanno finalmente riavvolto le sue corde vocali nella carta vetrata. Si dice che faccia il verso a David Byrne. Nulla di più lontano. Chi sente i Talking Heads in questo pezzo è legato a uno stereotipo, e sente quel che più gli aggrada.

A prescindere dai rimandi, comunque, il pezzo ha groove, è carico di tensione, di svolte inaspettate, di chitarre in crescendo. Dopo i due ritornelli d’obbligo per le piattaforme di streaming, abbandona il seminato e va per i cacchi suoi, in una selva oscura fatta di overdub.

A proposito: a chi vi chiede se il pezzo sia più “bowieano” o “talkingheadsiano”, voi spiazzate tutti dicendo che ci sentite gli Editors. E la serata prenderà tutta un’altra piega.

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