Paolo Benvegnù: Pietre
Più conosco gli umani, più mi prende così
 
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Poesia necessaria. Per chi ha ancora voglia di stupirsi.

Paolo Benvegnù
Pietre

Raccontare non è un’arte semplice: si rischia di inciampare nella presunzione delle proprie parole senza possibilità di rialzarsi, oppure di semplificare troppo le cose tralasciando volutamente pezzi fondamentali per una comune mancanza di coraggio. Serve fare ordine, schematizzare, suddividere indignazione, stupore e presunte banalità in blocchi di cemento sagomati al meglio. Prendere tempo, perdere tempo, fare mente locale, respirare e lasciare recuperare il fiato a chi ascolta. Se necessario, sommergere di sassate ogni calo di attenzione.

Pochi come Paolo Benvegnù hanno dimostrato di saperlo fare in un panorama musicale volubile come quello italiano e usando una lingua bella e complicata come la nostra. Prima con gli Scisma, poi da solo, ma sempre accompagnato da gente di cui potersi fidare a occhi chiusi. Anche quando le parole da mettere in fila erano pesanti come macigni, anche quando le persone a cui mostrarle erano quello che più ti avevano deluso. I tuoi simili, per esempio.

Gli spalti vuoti della Cavea del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino sbiaditi in un bianco e nero in cui l’amara verità risuona come in un Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa qualunque. Un non-luogo – sospeso tra la Toscana e Berlino – dove tutto sembra immobile, statico. Sereno nell’assenza.

Perfetto per un inno all’attesa, sincopato, nervoso, sapientemente macchiato da aperture melodiche di (in)aspettato lirismo che richiede una dose più convinta del solito di pazienza, amore e dedizione per scandagliare fino in fondo le sue cadenze. Una dedizione che al giorno d’oggi sembra essere diventata sempre di più un lusso che non possiamo (vogliamo) permetterci.

Ma la poesia è una roba difficile: non viene gratis e pretende attenzione. In caso contrario, meglio lasciar perdere e tornare – senza rimpianti – al prossimo, confortevole meme.

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