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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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King of the Opera: Monsters in the Heart
Do bluesmen dream of electric leaks?

Ognuno ha i propri mostri in fondo all’anima. Qualcuno ce li ha più belli degli altri.

Quando – ormai quasi quindici anni fa – Alberto Mariotti fece capolino sui palchi di una città che con il blues cominciava a perdere il feeling di un tempo, non tutti ne compresero a fondo la portata. Seduto su una sedia da scuola elementare, con in braccio solo una chitarra acustica su cui menare le mani e in gola quella voce che sembrava cresciuta tra la melma del Mississippi invece che sulle rive dell’Ombrone, lasciava interdetti. Certo, il moniker che si era – consapevolmente e forse provocatoriamente – scelto non aiutava: “Samuel Katarro” suonava di merda, diciamocelo. Lui invece, suonava da Dio e il talento era tutto lì: quello nudo e crudo di un bluesman solitario, waver nel profondo. Quasi spaventava, messo in mostra così, senza il minimo pudore o filtro.

Ma il talento, appunto, non mente perché non sa mentire e quindi è andata che il suo percorso stilistico ha mantenuto tutte le promesse, consacrandolo brillante sperimentatore fuori dai confini del Mi di settima, capace di tutto e di più, dal pop delicato e bizzarro al folk psichedelico traboccante di un retrogusto a volte carnascialesco.

Torna adesso, un po’ a sorpresa, con il suo progetto King of the Opera e il nuovo Nowhere Blues, chiaro rimando – almeno nel titolo – a quell’usanza del primo dopoguerra, tacitamente concordata nel giro, di omaggiare con un disco intero o un singolo brano la città che lo aveva ispirato, qui opportunamente aggiornata a un mondo moderno in cui le radici si fanno sempre più confuse.

Monsters in the Heart abbandona certi schemi cantautorali classici per approcciare un atto compositivo più libero e creativo, lascia da parte la vecchia idea compiuta di canzone – con melodia, accordi e tutto il resto – e sviluppa una minuscola particella sonora, lasciandola rigenerarsi in una sequenza modulare di se stessa, per finire in quello che potrebbe essere shoegaze elettrico, post-rock, o qualunque altra cosa.

Non sarebbe nemmeno dovuto finire nell’album. E invece, come spesso accade, i ripensamenti dell’ultimo minuto si rivelano le scelte che avrebbero meritato di essere abbracciate fin dall’inizio.

King of the Opera 

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