Chad Crouch: Methodology
Pensa se mi davo al Meccano
 
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Anatomia di un archivista: decostruire per (non) ricostruire.

Chad Crouch
Methodology

Max Zarucchi
Max Zarucchi

Quante volte ci è capitato di ascoltare demo di artisti che conosciamo bene scoprendo lo scheletro di brani che poi si son vestiti di altro? E quante volte ci siamo soffermati sulla bellezza intrinseca di quelle registrazioni naïf e innocenti che contenevano già il germe della hit di turno? Bene. Pensate ora di avere a disposizione un archivio in continua espansione di queste piccole schegge di ispirazione, liberate dal peso degli arrangiamenti pomposi e dalle velleità artistiche che spesso prendono il sopravvento nelle fasi successive.

Questo è ciò che il signor Crouch compone e suona, prima con il progetto Podington Bear e poi da solista. E se ad un primo ascolto si può rimanere spiazzati, poco alla volta il quadro si fa più nitido.

È proprio il senso di incompletezza funzionale ciò che rende irresistibili i minibrani di Chad, che potrebbero essere sia dei jingle sia dei mattoncini Lego che nelle mani di qualche geniale produttore potrebbero diventare, se assemblati con maestria, dei veri e propri capolavori. Ma forse questo è proprio a questo che l’autore desidera sfuggire: se musicare immagini, colori, pezzi di mosaico della quotidianità è ciò che lo rende felice, così sia. Resta un dono per chi avrà voglia di ascoltarlo, un regalo magari atipico ma impagabile.

Nonostante spazi incredibilmente tra vari generi, nello specifico questa Methodology affascina per il suo piglio alla Aphex Twin di vent’anni fa, un beat leggerissimo e liquido che sarebbe stato bene nelle b-sides di Come to Daddy se solo fosse stato altrettanto paranoide.

Piacevolmente ipnotica.

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