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Peter Perrett: Master of Destruction
Mi sono rimesso bene (si vede, no?)
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Forma (ottima) e sostanze (stupefacenti). Don’t try this at home.

Peter Perrett
Master of Destruction

La questione dei cosiddetti “comeback album” è abbastanza spinosa. Nel senso che è sempre difficile resistere alla tentazione di non speculare sulle ragioni che ci stanno dietro. Sincera passione contro ogni senso del pudore? Squallida strategia commerciale pianificata a tavolino? Necessità improvvisa di pagare le bollette? Crisi d’astinenza? Vai a sapere.

Quello che è sicuro è che nel 2017 il comeback album che non ti saresti mai aspettato fu quello di Peter Perrett. Nemmeno due anni dopo, rieccolo in pista. Il che ha quasi del miracoloso e fa di questi ultimi 700 giorni il periodo più prolifico della sua carriera dall’ormai lontanissimo 1978-80, nel corso del quale gli Only Ones esaurirono il loro catalogo – giusto prima di un oblio passato a scegliere se era meglio farsi di eroina o di crack, un giorno sì e l’altro pure.

E allora vale la pena sottolineare come il nuovo Humanworld non sia semplicemente un buon disco per uno che ha passato l’ultimo decennio a bruciarsi i neuroni con tutto quello che passava al convento della droga: è un lavoro dannatamente buono e basta. Principalmente perché riesce a non scegliere tra le due più frequenti trappole che ti aspettano in casi come questo: sforzarsi di suonare a ogni costo attuale o cercare in tutti i modi di resuscitare la gloria del passato. Pochi fronzoli, guitar rock pulito e dritto, semplice e di gran gusto, buono per riconciliarsi innanzitutto con te stesso e con chi ti vuole bene.

Per dire, Master of Destruction è stata scritta dal figlio Jamie, che nell’album suona la chitarra. Suo fratello Peter sta al basso, in una rischiosa e potenzialmente ridicola situazione da sitcom: The Perrett Family. E invece, alla fine della fiera, buon sangue non mente mai. A quanto pare nemmeno dopo che hai passato le tue migliori stagioni a mischiarlo accuratamente con le peggiori schifezze.

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