Ladytron: Figurine
Si sta come / d’autunno / sugli alberi / i sintetizzatori
 
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Un confettino nichilista per addolcire la pillola mentre suonano le sirene dell’Apocalisse.

Ladytron
Figurine

Converrete su questo: nei profondi e accesi dibattiti su chi aggiungere alla lista dei maggiori innovatori in ambito musicale del ventunesimo secolo – in cui vi crogiolate un weekend sì e l’altro pure, appoggiati al bancone del bar del vostro localetto indie preferito – i Ladytron raramente sono al centro del discorso. Probabilmente per quel loro talento disarmante nello sfornare singoli quasi perfetti, che nel tempo si è rivelato pari quasi a quello di abbandonarli ad appannarsi piano piano, sulla lunga distanza di un disco intero, tra i solchi di quei due lati di vinile che da un po’ avete ricominciato ad adorare come feticcio.

Eppure i tempi sono cambiati, ed è successo prevalentemente alla faccia vostra. O almeno è quello che stanno tentando di raccontarvi. L’album è morto, la fruizione musicale è diventata un bulimia “mordi e fuggi” e toh, guarda chi si rivede!

Sì, perché anche otto anni di silenzio non hanno certo aiutato a far sì che il quartetto di Liverpool continuasse a orbitare attorno al nocciolo della questione. Ma poco importa. Come i migliori ecosistemi che si rigenerano dalle ceneri di un incendio o dalla melma di un’alluvione dopo una qualunque catastrofe naturale, Helen Marnie e compagni tornano ringiovaniti dalla loro stessa sopravvivenza. Il nuovo, omonimo lavoro sta a Gravity the Seducer come Velocifero stava a Witching Hour: la stessa idea, ma affilata come un coltello che ti lascia i segni addosso solo a pensarla.

In quest’ottica, Figurine potrebbe tranquillamente giocare il ruolo di una Destroy Everything you Touch distopica per tempi distopici: un seducente mix di melodia patinata e indie-rock sinteticissimo, figlio di un appuntamento su Tinder in cui gli Human League danno buca ai Sisters Of Mercy, giusto un attimo prima della fine del mondo. Ovvero quella cosa che venti anni fa avete ghettizzato come electroclash al femminile e invece poteva essere il futuro del pop.

Ecco perché vi meritate i Chvrches.

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