Kompromat: Das Grab
Vi fareste servire da bere da due tipi così?
 
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L'arte di mischiare ingredienti creando sapori nuovi.

Kompromat
Das Grab

Max Zarucchi
Max Zarucchi

A livello musicale stiamo vivendo un’epoca dove la differenza non la fa tanto il “nuovo” (dato che tutto o quasi è stato già sperimentato), quanto il come si miscelano i sapori del passato. Artisti che possono essere considerati dei baristi semplici (quelli che propongono sempre e comunque una birretta, al massimo uno spritz) si affiancano a pochi, veri bartender che con maestria shakerano alcolici, bibite, frutta, quello che vi pare, per regalarci cocktail che ci appaghino le papille e i sensi. I migliori sono quelli che preparano pozioni indefinibili: uno li assaggia ma non capisce subito cosa c’è. E allora beve ma mentre lo fa ci pensa, si concentra, cercando di captare qua e là il maggior numero di ingredienti possibili.

Questo è ciò che spinge a fare il nuovo singolo dei Kompromat. Perché somiglia a molte cose, ma in maniera poco definita.

Il duo francese è sulla piazza da poco tempo ma già si è imposto come uno dei nomi di riferimento per l’elettronica nuova a 360 gradi. Merito di un album uscito quest’anno che combina con sapienza e parsimonia electroclash, EBM e synth-pop nell’accezione più nobile del termine.

Assaggiare Das Grab fa venire in mente Dead Cities dei Future Sound of London, ma con un appeal tipo Kiss the Whip degli Athamay e un rigore lo-fi riscontrabile in Fancy Fingers dei Sixteens. Con una spruzzatina di Clock DVA sul bordo del bicchiere. E i Fisherspooner come olivetta.

Questo essere minimali, scarni, efficaci e ruffianamente trasversali è il punto di forza dei Kompromat, che possono piacere un po’ a tutti, sia a chi vuole ballare sia a quelli che preferiscono ascoltare qualcosa in auto sparando i volumi a palla.

Che poi il cocktail “buono” sia sinonimo di forte, bevibile, dolce, secco… sta al palato del degustatore. Di certo ‘sti barman ci san fare.

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