Ihsahn: Stridig
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Black metal, math e colonne sonore americane anni '70.

Ihsahn
Stridig

Max Zarucchi
Max Zarucchi

Chissà cosa passa nella testa di quest’uomo.

Ancora sedicenne ha cominciato a pubblicare album, con una media di uno ogni due anni. Figura cardine della scena black norvegese, membro fondatore degli Emperor con all’attivo svariate partecipazioni a diversi progetti (Peccatum, Zyklon-B, Leprous), a 44 anni Vegard Sverre Tveitan pone un altro tassello nel mosaico della sua carriera. Dal 2006 a oggi i suoi lavori solisti sono stati un susseguirsi di sorprese, dove Ihsahn ha continuato a esplorare ogni sfaccettatura del suo modo di intendere la musica: partendo dal black metal sinfonico (sottogenere che di fatto ha contribuito a plasmare), abbracciando poi soluzioni progressive che spesso sfociavano in un certo tipo di intuizioni jazz, incorporando mano a mano folk, post-rock ed elettronica. Il tutto al servizio delle canzoni.

Stridig parte con una chitarra paranoica e sinistra sul quale va a poggiarsi un rullante jazzato a cui fanno da contrappunto i fiati. Il tempo di preparare il mood e arriva la prima deflagrazione, metal sincopato e quasi math con nuances cinematografiche, le stesse che la fanno da padrone nell’interludio malinconicamente struggente. Ma è solo un attimo, riparte l’orchestra con un crescendo quasi Sonic Youth e la frustata finale è servita.

Non è facile descrivere in maniera esaustiva il pezzo, che se a un primo ascolto può risultare spiazzante, regala a ogni passaggio nuove sfumature che ne ampliano ed esaltano il pathos.

Chissà cosa passa nella testa di quest’uomo, appunto.

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