Hollie Cook: Dance In The Sunshine
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Non sempre i figli d'arte (insospettabili) deludono.

Hollie Cook
Dance In The Sunshine

Max Zarucchi
Max Zarucchi

Essere figli d’arte non è facile. Spesso si sente il peso di un’eredità ingombrante, un nome a cui rendere onore, aspettative troppo alte, o semplicemente bisogna combattere contro i pregiudizi di chi a prescindere marchierà l’erede di turno come raccomandato.

Le cose sono tre: o si naviga nella celebrazione di un passato glorioso dei propri genitori (qualcuno ha detto De André?), o si hanno delle qualità fuori dal comune che nessuno dotato di senno può permettersi di criticare (Buckley?) oppure si prende la cosa con un sorriso e si fa quello che più piace fregandosene del resto.

Quest’ultima opzione è quella che più si addice a Hollie Cook, figlia di Jani – storica corista dei Culture Club – e di Paul Cook – batterista dei Sex Pistols. Una che gironzolava con Bowie a dieci anni insomma.

Una carriera costellata di collaborazioni di tutto rispetto ( Slits, Ian Brown degli Stone Roses, Jamie T), dove però le cose migliori vengono dalle sue prove soliste.

Dance in the Sunshine è un piacevolissimo brano reggae (lei lo chiama tropical-pop ma quello è) che fa risplendere la sua bellissima voce e mette istantaneamente allegria. Good vibrations a go go con una freschezza esecutiva che è raro trovare nelle nuove uscite del genere senza incappare in cloni dei cloni plastificati.

E a chi (dato il DNA) si sarebbe aspettato qualcosa più anticonformista, va ricordata la sua dichiarazione più famosa: «È difficile essere una ribelle quando tuo padre è uno dei Sex Pistols».

Come darle torto… Anche perché come padrino ha Boy George.

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