Haunted Horses: Vessel
Il caffè rende nervosi
 
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Quando il #NoFuture è peggio di come ce lo si aspettava.

Haunted Horses
Vessel

Max Zarucchi
Max Zarucchi

Quando di pensa a Seattle vengono subito in mente Nirvana, Soundgarden, Pearl Jam, Alice in Chains… insomma ciò che fu il grunge 30 anni fa. I più nostalgici si spingono fino a Jimi Hendrix, mentre quelli con le enciclopedie nel cervello alzano il ditino e tirano fuori Duff McKagan pre-Lines N’ Noses e i suoi Fartz. Ma non solo di chitarre elettriche si è nutrita la piovosa città del nord degli Stati Uniti.

Arrivati al secondo album (oltre a vari EP e split disseminati nel corso di dieci anni di carriera), gli industrial punker della ex Queen City continuano a mietere vittime con brani abrasivi, incisivi e spietati. Il secondo singolo tratto dal nuovo LP è emblematico: un senso strisciante di marciume orrorifico viene sostenuto da un’attitudine apparentemente senza compromessi che sorprende invece per la capacità di creare climax esplosivi che elevano ogni cosa a un livello superiore. Il tutto in poco più di due minuti, dove il drumming secco ma mai banale di Myke Pelly si fonde con i suoni e la voce straziata e straziante di Colin Dawson.

Non c’è speranza né disperazione negli Haunted Horses, solo nichilismo grondante di rabbia. La loro proposta è la colonna sonora deviata e sofferta per i peggiori bar periferici di una metropoli al disfacimento del Ventunesimo secolo. Per chi in passato ha amato alla follia i suoi suoni e l’attitudine dei Phantom Limbs, questo è un ascolto obbligato.

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