Buddy Rich: Wind Machine
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Quando i tamburi suonavano più di un'orchestra.

Buddy Rich
Wind Machine

Max Zarucchi
Max Zarucchi

Ci sono persone che diventano qualcuno perché capaci di cose incredibili. Altre lo diventano perché quelle cose le hanno proprio inventate.

Allo stesso modo per cui gente come Dave Mustaine o Joe Satriani devono inchinarsi di fronte a Jimi Hendrix, da Dave Lombardo a Larry Mullen ci sono intere generazioni di batteristi incredibili che devono molto a Buddy Rich.

Lui è stato il primo. Quello che ha elevato lo strumento a un livello superiore: non più accompagnamento tribale ma vero e proprio solista, in grado di rubare la scena alle (eccellenti) Big Band con cui si esibiva. Il suo spaventoso senso del tempo e del ritmo, i suoi cambi di intensità e la fantasia con cui colorava con fill improbabili anche le partiture più semplici hanno influenzato, direttamente o meno, chiunque si sia seduto dietro le pelli. Questo è un dato di fatto.

Poi ci sono i colpi di fortuna, come l’avere il mitico studio di registrazione mobile dei Rolling Stones a disposizione per immortalare le due serate del 19 e del 20 novembre 1986 al Jazz Club di Ronnie Scott a Londra. Di fatto, le ultime registrazioni di sempre di Buddy Rich.

Dopo più di trent’anni, quei nastri sono stati finalmente pubblicati: ci troviamo di fronte a un musicista che nonostante i suoi 69 anni, è in un rinnovato stato di grazia, accompagnato da un ensemble incredibile che veniva guidata e aizzata a ogni colpo di tom.

Il pezzo di apertura, Wind Machine, fa già capire chi aveva quel tocco in più, settando uno standard che pochi altri sono riusciti a ripetere con eguale intensità.

Per i neofiti, un ascolto esplicativo. Magari accompagnato dalla visione di quel piccolo capolavoro che è Whiplash.

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