Zeal & Ardor: Last Coat Of Paint
Jack Daniel's e Rivella
 
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Un inedito per (ri)scoprire una delle band del decennio.

Zeal & Ardor
Last Coat Of Paint

Max Zarucchi
Max Zarucchi

Partiamo da un presupposto: gli Zeal & Ardor sono la cosa migliore uscita negli ultimi anni. Punto.
Un demo, due album (Devil Is Fine e Stranger Fruit) e un disco dal vivo (Live in London) semplicemente perfetti, in cui per una volta il concetto di “suonare nuovi” non è preso per i capelli ma è una verità assoluta. Quel genio di Manuel Gagneux ha il dono di riuscire a far coesistere i generi più disparati e far brillare ogni pezzo del puzzle creando qualcosa di unico, mischiando black metal, spiritual, elettronica e altro. E soprattutto sa giocare con i tempi morti.

Così come negli anni d’oro degli LP le band migliori pubblicavano su singolo/lato B o su compilation degli inediti particolari che facevano storia a sé (pensate a Voices dei Banshees o Chemical Warfare degli Slayer), questo nuovo pezzo dell’entità americana adottata dalla Svizzera suona diverso dalle uscite “ufficiali”, mischiando l’industrial con i RATM che decidono di darsi all’elettropunk dopato. Meno di due minuti per una legnata nei denti e sui nervi. Volumi da denuncia per un pezzo che pur non essendo tra i loro migliori, mantiene alta la curiosità nei confronti della band e può servire come stuzzichino in attesa del nuovo album.

E poi la causa è lodevole: una compilation racimolasoldi curata da Anthony Fantano (The Needle Drop) a favore dei diritti degli immigrati. Piena – tra l’altro – di altre chicche da non perdere.

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