Toy: Down On The Street
We're your Toy(s), 21th century boys
 
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Mettere Iggy Pop ancora più a nudo di quanto non ci abbia già abituato lui stesso? Si può fare.

Toy
Down On The Street

Max Zarucchi
Max Zarucchi

Il torso di Iggy Pop fa parte di quelle immagini iconiche del rock’n’roll che resteranno scolpite nei secoli dei secoli. Poco importa che sia quello tonico e liscio a cavallo tra i ‘60 ed i ‘70 oppure quello raggrinzito e sbilenco dell’ultimo decennio. Quel petto nudo è leggenda, e rappresenta appieno lo stile degli Stooges prima e di Iggy dopo: crudo, selvaggio, senza fronzoli, dritto al sodo.

È possibile dunque denudare ancora di più un brano, come per le testuggini? Evidentemente sì.

A breve distanza dall’album Happy In the Hollow i Toy pubblicano questo album di cover minimali e asciutte. Drum machine, basso, voci filtrate in piena sbronza post-punk che sposano una vena elettronica mutuata dal kraut.

Il risultato è una Down on the Street quasi irriconoscibile, tossica e sulfurea, che se da una parte mantiene l’andatura circolare e mantrica dell’originale, dall’altra ne riduce all’osso l’impatto fisico ed emotivo in una glaciazione nebulosa la cui risultante è una delle reinterpretazioni meglio riuscite della traccia che fu opener di Fun House .

Se l’avessero incisa pari pari gli U2, si griderebbe al miracolo per il ritorno alla sperimentazione che fu alla base di Achtung Baby e Zooropa. Cari miei Toy, chiamate Bono, vendetegli l’idea e campate di rendita.

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