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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c'è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Questa è la sezione longform di HVSR.

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MØ: Bullet with Butterfly Wings
The world is a vampire e io per Halloween mi travesto di conseguenza
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Quanto ci mette un proiettile a diventare farfalla? Quasi 25 anni.


Bullet with Butterfly Wings

Quella di sedicenti pop star più o meno mainstream che si crogiolano in una redditizia nostalgia Nineties è una storia già sentita, una strategia ben codificata, una passione tanto dichiarata quanto sospetta. Anche se dubito che chiunque avrebbe pronosticato che la cosa potesse prendere questa piega.

Anno Domini 2019 – a 24 anni abbondanti dall’uscita di Mellon Collie and the Infinite Sadness – la poco più che trentenne Karen Marie Aagaard Ørsted Andersen da Ubberud (Danimarca) getta il cuore oltre l’Atlantico e chiede aiuto a Walshy Fire dei Major Lazer per fare i conti con uno dei fardelli pseudo-grunge per antonomasia.

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La notizia è che – come Karen O non molto tempo fa – ne esce con le ossa tutt’altro che rotte. Nello specifico, la tecnica di sopravvivenza è esattamente la stessa dell’ex cantante degli Yeah Yeah Yeahs, ma portata alle sue estreme conseguenze. Ovvero riuscire a mantenere intatto l’originale senso di terrore strisciante (non a caso il mixtape che la contiene esce esattamente oggi, giusto in tempo per raccogliere i cocci di Halloween e ricomporli sull’altare di Ognissanti) pur radendone premeditatamente al suolo l’intera, iconica aiuola di esplosività e rabbia, in un risultato che è tutta atmosfera sopra un encefalogramma di ritmo piatto. Solo farfalle sparate nello stomaco insomma, senza alcuna traccia di quel proiettile che ormai è diventato quasi innocuo.

Eppure non è lì il punto.

Il punto è che – al di là dei gusti, delle prevedibili spernacchiate di certa stampa “ruock” e delle smorfie di ribrezzo di ultraquarantenni talebani duri e puri – un’operazione del genere dimostra come l’importanza culturale di un pezzo del genere vada oltre una camicia di flanella o una maglietta con su scritto “ZERO”.

Il punto è che il fatto che funzioni (perché funziona, eccome) anche violentato a questa maniera, ne ribadisce la trasversale validità compositiva. Alla faccia di tutte le nostre ribellioni adolescenziali, ingabbiate o meno che fossero. O che siano ancora.

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