JK Flesh: Human Pack Animals
La serenità si vede dallo sguardo
 
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La violenza dei Godflesh trasformata in elettronica.

JK Flesh
Human Pack Animals

Max Zarucchi
Max Zarucchi

La cosa che stupisce di Justin Broadrick dei Godflesh è la sua qualitativamente alta prolificità. Non sta fermo un secondo e ogni cosa che fa, oltre ad avere un senso, possiede uno spessore artistico che va dal notevole al geniale.

Forse è per questo che è rimasto un personaggio di nicchia.

A distanza di poche settimane dall’uscita del nuovo Zonal, il nemico numero uno dei nostri neuroni torna con un brano marchiato JK Flesh (edito su una compilation) spietatamente asfissiante.

Ora, che il pezzo sia ballabile o meno dipende dalla sensibilità di chi ascolta o dalle anfetamine che si è (o non è) calato. L’unica certezza è che Human Pack Animals è fatta di dub techno nell’accezione più malata del termine: ossessiva, scura, straniante, dolorosa, a tratti alienante. Quasi sei minuti di violenza sonora al servizio del Caos controllato, che inchiodano l’ascoltatore lasciandolo inerme (o lo lanciano in un ballo di San Vito post-moderno su scenari apocalittici). Un circolo vizioso di breakbeat letali, produzione monolitica e soluzioni minimal ipersaturate.

Respirare regolarmente durante l’ascolto potrebbe essere un problema. Figuriamoci danzare.

Faccene un’altra, J.

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