Gang Starr: Bad Name
Chi non muore si rivede (anche chi muore)
 
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DJ Premier scartabella tra il materiale inedito, accompagnato dalla presenza ectoplasmica di MC Guru.

Gang Starr
Bad Name

Barbara Volpi
Barbara Volpi

Negli ultimi dieci anni il music business è cambiato, ma il rap di più.

Come si fa a far rivivere l’anima old school di una scena così selvaggiamente secolarizzata, priva ormai del suo idioma originale? E come si fa a sopravvivere alla morte di un partner artistico che da solo rappresentava più della metà della torta?

A quanto tra MC Guru (deceduto nel 2010) e DJ Premier, ossia i Gang Starr, non era finita troppo bene (a tal proposito pullulano speculazioni di vario tipo) ma, si sa, solo chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna.

Così, prima di sotterrare definitivamente la storia del duo che fece la storia dell’hip hop della East Coast contaminandolo con echi jazz (come scordare il pezzo Jazz Thing voluto da Spike Lee per il suo film Mo’ Better Blues?), DJ Premier si impegna a rileggere i fasti del passato con la scusa della legittimità della memoria.

Il novello album One of the Best Yet dà fiato a del materiale inedito, coinvolgendo perfino il figlio del compianto Guru Keith Casim, oltre a vari ospiti di prestigio tra cui Ne-Yo e Talib Kweli.

Il brano Bad Name parla di come sia la politica che i bling bling abbiano corrotto la purezza dell’hip hop, guastandone la nomea. Bello è sentire quel flow antico che scorre caldo, quel vibe che puzza ancora di hardcore mentre tutti si sganasciano a parlare del nuovo disco di Kanye West.

Che direbbe Jazzmatazz? «No Time to Play» risponderebbe amabilmente.

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