Duster: Copernicus Crater
Il prossimo disco lo intitoliamo Dacia?
 
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Il risveglio dello slowcore vs. il risveglio dallo slowcore.

Duster
Copernicus Crater

Max Zarucchi
Max Zarucchi

Bastarono una manciata di singoli, EP e due album (Stratosphere e Contemporary Movement) sul finire degli anni 2000 a consacrare i Duster come una delle band più influenti e originali del post-rock/slowcore. Una band eccellente. Che ovviamente si sciolse.

Cosa rimase per chi si innamorò di loro? Nulla. O meglio, il susseguirsi di side project (Eiafuawn – post lo-fi – ed Helvetia – alt-rock sperimentale dai tratti pigramente lisergici) o band precedenti da riscoprire (Valium Aggelein – il nome è già un programma – e Mohinder – post math-hardcore spietato).

Silenzio. Finché a fine 2018, via social, i membri originali della band dichiarano che stanno registrando. A marzo 2019 pubblicano un cofanetto contenente tutta la discografia e ninnoli vari mentre in estate un singolo stand alone (Interstellar Tunnel), accompagnato da un bizzarro videoclip. Insomma, accenni di vita che portano a oggi, con l’annuncio di un nuovo album omonimo in uscita a dicembre.

E il pezzo scelto come antipasto spazza via da subito ogni dubbio: Copernicus Crater è il compendio di tutto ciò che la band ci ha saputo regalare nelle pubblicazioni precedenti, tra atmosfere dilatate, stratificazioni chitarristiche e suoni che si prendono il loro tempo per espandersi lentamente ma inesorabilmente. Musica assolutamente NON da sottofondo, che va ascoltata con qualcosa di più che le sole orecchie, a cui bisogna abbandonarsi per raggiungere il piacere, fisico e mentale.

Alla fine, è anche il clima adatto, no?

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